Mattarella a Cortina, quel «non faccio appropriazione indebita» e i tre ori in ventiquattr’ore
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Redazione Sport
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La coincidenza è talmente evidente, talmente ostinata nel ripetersi — quasi una legge non scritta della meteorologia sportiva — che il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, si è lasciato scappare l’aggettivo, del resto prevedibile: «talismano». Ma Sergio Mattarella, giovedì 12 febbraio sulle nevi di Cortina, ha stoppato ogni deriva scaramantica con una lezione di stile istituzionale che, nell’apparente leggerezza del sorriso, conteneva però un principio non negoziabile. «Tutto posso fare», ha argomentato il Capo dello Stato rivolgendosi a Buonfiglio, «tranne che appropriazione indebita. Le medaglie di questi giorni sono degli atleti». E chi altri, del resto, avrebbe dovuto indossarle quelle medaglie, se non chi le ha sudate sulla pista Olympia delle Tofane o spinto la slitta fino all’ultimo centesimo? Il Presidente, dal canto suo, ha rivendicato una condizione diversa: quella di essere «fortunato», niente di più, a essersi trovato nel luogo e nel momento in cui gli azzurri — Federica Brignone su tutte, capace di piegare la doppia frattura di tibia e perone patita nell’aprile dell’anno precedente — infilavano tre ori in meno di un giorno -1-4-9.
La due giorni ampezzana del Capo dello Stato, che pure aveva già aperto i Giochi a Milano e aveva seguito da vicino le gesta di Arianna Fontana e di Sofia Goggia — quest’ultima incontrata personalmente, con tanto di telefonata alla campionessa di short track -2-8 — ha assunto i contorni di una full immersion nel cuore pulsante della spedizione italiana. Dopo l’oro della valdostana in SuperG, un oro cercato e voluto con una determinazione che ha costretto persino i bookmaker a rivedere le stime, Mattarella è sceso a bordo pista. La scena, raccontata dai cronisti presenti, lo vede avvicinare Brignone con un «io ci contavo», e la sciatrice rispondere, genuina: «io non tanto» -1. Sullo sfondo, le Frecce Tricolori imprimevano nel cielo il tricolore, mentre il Presidente indossava lo stesso giubbotto bianco degli atleti; un dettaglio, forse, ma certamente non un’invasione di campo.
La giornata, però, era cominciata ben prima. Nella serata dell’11 febbraio, a poche centinaia di metri dall’hotel che ospitava il Capo dello Stato, lo Sliding Centre — quella pista così a lungo discussa, rivendicata nelle ultime ore da fonti della Lega come «fortemente voluta» dal ministro Salvini -5 — aveva regalato all’Italia una doppietta storica: oro nel doppio femminile con Andrea Voetter e Marion Oberhofer, oro nel doppio maschile con Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner. Due medaglie, entrambe del metallo più pesante, cadute nello stesso pomeriggio. Poche ore dopo, il metallo sarebbe diventato tre. Mattarella, da quel palco non cercato, si è limitato a osservare e a esserci. Ed è stato, a detta di tutti, più che sufficiente.
Il pranzo al villaggio, i tortellini e il posto tra Constantini e Mosaner
Superata l’emozione del podio — se mai possa dirsi davvero superata — il Capo dello Stato ha varcato i cancelli del Villaggio olimpico di Cortina, una sorta di città nella città dove l’agonismo lascia spazio, per qualche ora, alla convivenza forzata e solidale di migliaia di atleti. Qui Mattarella ha compiuto un gesto, all’apparenza ordinario, che la cronaca ha invece restituito nella sua concretezza quasi domestica: si è messo in fila, ha preso il vassoio e ha pranzato. Nel menu, rivelano le agenzie, tortellini in bianco, verdure e pesce -7. Nessun tavolo d’onore separato, nessuna quinta scenografica: il Presidente si è seduto accanto a Stefania Constantini e Amos Mosaner, i due curling club reduci dal bronzo nel doppio misto — una rivincita, la loro, dopo la sconfitta con gli Stati Uniti in semifinale e un metallo che profuma di conferma dopo l’oro di Pechino 2022 -6-10. Di fronte, la figlia Laura. Attorno, decine di azzurri che hanno colto l’occasione per un selfie, per una battuta, per una firma sul murale della Tregua Olimpica.
È in quel contesto — informale ma non casuale — che Mattarella ha ribadito il concetto. Lo ha fatto a Casa Italia, di fronte ai microfoni e agli stessi atleti, modulando ancora una volta la metafora dell’«appropriazione indebita». Il presidente Buonfiglio, presente e sorridente, ha incassato la battuta; ma l’osservazione, nella sua ripetizione a distanza di poche ore, ha finito per suonare come una precisa linea di confine. Da una parte l’entusiasmo, l’orgoglio, persino la gratitudine di un Paese che vede il proprio inno suonare così spesso da impararlo a memoria; dall’altra la consapevolezza, granitica, che la gloria è roba di chi gareggia, di chi rischia l’osso — pensiamo ancora a Goggia, schiantatasi in discesa eppure già proiettata verso il SuperG — e di chi, come Brignone, ha aspettato trentacinque anni per urlare la propria rivalsa da un podio olimpico -4.
I tre ori e il filo sottile tra presenza e interpretazione
I numeri, freddi e oggettivi, dicono che l’Italia, dopo il passaggio di Mattarella, ha infilato una sequenza di vittorie che persino i più ottimisti stentavano a pronosticare. Dallo slittino allo sci alpino, passando per lo short track di Fontana e il curling di Constantini e Mosaner, la spedizione azzurra veleggia attorno alle tredici medaglie complessive, tallonando potenze tradizionali come Norvegia e Stati Uniti -8-10. Ma il Presidente, nel suo intervento, ha eluso scientemente ogni parallelo, ogni rivendicazione, ogni tentazione di fare da specchio alle fortune altrui. Ha parlato invece di «spirito», di «impegno per superare se stessi», di «competere con lealtà». Parole che, nella loro essenzialità, tracciano il perimetro di un’etica sportiva che non ha bisogno di medaglie per essere riconosciuta, anche se, va detto, con le medaglie tutto appare più chiaro e più bello.
L’ombra lunga del Quirinale, in questa edizione dei Giochi, sembra dunque allungarsi sulle piste e sul ghiaccio con discrezione. Il Capo dello Stato non cerca riflettori, eppure i riflettori lo trovano; non chiede selfie, eppure gli atleti glieli chiedono. E in questo scambio — che è insieme formale e affettuoso, istituzionale e umano — si consuma l’ultima, silenziosa Olimpiade di un presidente che, nato sotto il segno della Prima Repubblica, si trova a fare da trait d’union tra generazioni di campioni che quel mondo neppure ricordano. A loro, Mattarella lascia intero il palcoscenico. Le medaglie, ha ripetuto, sono degli atleti. E guai a chi gliele tocca.




