La “Global Sumud Flotilla” salpa da Siracusa: «Portiamo ingegneri e medici, a Gaza è morto il diritto internazionale»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È una flotta che non ha precedenti per dimensioni, quella che si sta radunando in queste ore tra i porti di Augusta e Siracusa, pronta a sfidare – come già accadde nell’autunno del 2025 – il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza. Sessantatré imbarcazioni, frutto dell’unione tra i venticinque scafi già ormeggiati sulle coste orientali siciliane e le trentotto navi – salpate il 15 aprile dal porto di Barcellona – che nella notte tra mercoledì e giovedì hanno gettato le ancore nello scalo Xiphonia. Si preparano a fare rotta verso sud-est, con un carico che non è solo di viveri e medicinali, ma di una speranza talmente concreta da tradursi in cemento e competenze tecniche.

«Non è una missione allo sbaraglio»: la svolta tecnica della spedizione

Antonio “Tony” Lapiccirella, che di questa spedizione è il coordinatore e che nelle precedenti missioni era finito nei centri di detenzione israeliani, ripete con una calma che sa di incoscienza calcolata: «Nessuno parte allo sbaraglio». A differenza del passato, quando l’obiettivo era puramente simbolico o di rottura politica, il carico umano di quest’anno presenta una novità sostanziale. Insieme agli attivisti classici, spiega Simona Cascio del comitato siracusano per la Palestina, ci sono «operatori sanitari, ingegneri e costruttori». Una scelta precisa, dettata dall’emergenza di una ricostruzione che i governi occidentali – nonostante le dichiarazioni – continuano a non materializzare. «Vogliamo dare un segnale di cosa sia realmente la ricostruzione», sottolinea Lapiccirella, specificando che il “Board of Peace” tanto pubblicizzato non ha nulla a che vedere con le necessità reali della popolazione civile.

L’attenzione calata e l’assedio che continua: «Il cessate il fuoco è finto»

C’è un senso di urgenza che aleggia tra i moli siracusani, un filo rosso che lega le dichiarazioni dei vari portavoce a un dato, per loro, inconfutabile: nonostante i proclami internazionali, a Gaza la situazione non solo non è migliorata, ma è «sempre peggiore». «L’attenzione è calata moltissimo, eppure la popolazione palestinese continua a subire l’assedio», lamenta Cascio. Una denuncia che trova eco nelle parole di Maria Elena Delia, la quale ricorda come dal presunto “cessate il fuoco” siano morte circa ottocento persone e come ancora oggi la Striscia sia ridotta a un immenso campo profughi dove mancano acqua potabile ed elettricità. «A Gaza è morto il diritto internazionale – afferma senza mezzi termini Lapiccirella – abbiamo molti più motivi oggi per andare lì di quanti ne avessimo prima». Si parla di un genocidio ancora in corso, diranno altri attivisti presenti, e di una comunità internazionale che ha scelto di guardare altrove.

La logistica di una sfida: numeri e manutenzioni alla vigilia della partenza

L’apparato organizzativo che regge questa mobilitazione è complesso e, in alcuni frangenti, anche precario. Nella giornata odierna è previsto il trasferimento di una parte della flotta verso il porto di Siracusa, dove si terrà la conferenza stampa di partenza, mentre alcune unità rimarranno ferme per interventi urgenti di manutenzione. La presenza di Greenpeace e dell’ong spagnola Open Arms non è solo una benedizione mediatica, ma un supporto logistico fondamentale per una traversata che si annuncia lunga e piena di insidie. «Continuiamo a partire per riportare aiuti umanitari», ripetono gli organizzatori, consapevoli che il viaggio si interromperà probabilmente al largo di Gaza, dove la marina israeliana ha già dimostrato in passato di non esitare a usare la forza per impedire l’attracco.

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