La plastica? «Quella progettata per durare può essere una risorsa concreta», ecco cosa dice Bama Srl
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Redazione Economia
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Per decenni abbiamo guardato alla plastica come al nemico giurato dell'ecologia, dimenticando, e questo è il punto centrale su cui vale la pena riflettere, che la sua genesi è profondamente legata alla salvaguardia dell'ambiente. Alla fine dell’Ottocento, l'invenzione dei primi materiali polimerici non rispondeva a una logica di profitto indiscriminato, ma a una necessità etica e conservativa: sostituire materie prime naturali rare e pregiate. Prima dell'avvento della plastica, oggetti di uso quotidiano come i tasti dei pianoforti o le palle da biliardo richiedevano l'impiego massiccio di avorio, alimentando il bracconaggio e mettendo a rischio intere specie animali. Oggi, però, il dibattito si è polarizzato, e spesso si perde di vista questa origine nobile, concentrandosi esclusivamente sui problemi legati allo smaltimento e all'inquinamento, problemi che, va detto, sono diventati centrali nell'agenda pubblica e politica. In questo contesto complesso, si inseriscono le voci di chi, come il gruppo toscano Bama, prova a riportare l'attenzione sulla progettazione e sulla durabilità del materiale, cercando di sottrarre la plastica alla deriva dell'usa e getta.
L'innovazione sostenibile parte dalla Toscana: il modello Bama
Fondato nel 1980 in provincia di Lucca, il gruppo Bama si è ritagliato un ruolo di rilievo nella produzione di articoli in plastica per la casa, il giardino e gli animali domestici, puntando con decisione su un modello di sviluppo che definiremmo circolare prima ancora che sostenibile -3. L'azienda, che opera in uno stabilimento dove un impianto fotovoltaico di 25.000 metri quadrati copre circa il settanta per cento del fabbisogno energetico, rilascia certificazioni che attestano l'uso di resine atossiche e completamente riciclabili -3-6. Non si tratta, e lo sottolineano loro stessi, di produrre una "plastica green" che in sé non esiste, ma di applicare i principi dell'economia circolare a monte del processo: progettare oggetti che durano, resistenti agli agenti atmosferici e ai raggi solari, in modo che possano essere effettivamente reimmessi nel ciclo produttivo una volta dismessi. È un approccio, questo, che rovescia la narrazione corrente, spostando l'asse dalla demonizzazione del materiale alla responsabilità della sua progettazione e del suo utilizzo. Del resto, come spiegano dal gruppo, l'impatto ambientale di un oggetto in plastica non dipende solo dal materiale in sé, ma da come è stato concepito, prodotto e, infine, smaltito dal consumatore finale.
Oltre il greenwashing: la dura realtà del riciclo chimico e le inchieste europee
Mentre aziende come Bama investono in tracciabilità e innovazione meccanica, il panorama industriale europeo è scosso da rivelazioni preoccupanti sul fronte opposto. Un’inchiesta transnazionale, pubblicata da testate come il britannico Guardian e la francese Mediapart, ha messo in luce come dietro le rassicuranti etichette di imballaggi in plastica riciclata e a basse emissioni di CO₂ si nasconda spesso un sistema industriale dominato dalle grandi aziende petrolifere, che continuano a basarsi in larga parte su materie prime fossili. Il sospetto, avvalorato da diversi rapporti, è che il cosiddetto riciclo chimico venga utilizzato più come operazione di greenwashing che come soluzione concreta -2. Un rapporto del Center for Climate Integrity, intitolato "The Fraud of Advanced Recycling", ha evidenziato come solo una percentuale minima, compresa tra l'1 e il 14 per cento, dei rifiuti plastici trattati con questi processi diventi effettivamente nuovo materiale, mentre il resto viene convertito in combustibili o disperso -10. A complicare il quadro, uno studio del Centro comune di ricerca della Commissione europea è stato aspramente criticato da diverse organizzazioni ambientaliste, tra cui Zero Waste Europe, per non essere riuscito a stabilire una chiara gerarchia tra le tecnologie di riciclo, equiparando di fatto processi meccanici virtuosi a metodi chimici energivori e inquinanti -1.
La sfida della tracciabilità e la posizione dell'industria tradizionale
In questo scenario di crescenti diffidenze, la risposta di Bama è ancorata ai fatti produttivi più che alle dichiarazioni di principio. L'azienda, che ha recentemente sostituito quattro vecchie presse con un unico modello a ridotto consumo energetico, punta tutto sulla trasparenza della filiera e sull'educazione del consumatore, come dimostra la campagna dal Titolo provocatorio "Non è la plastica. Sei tu." rivolta alla sensibilizzazione sulla raccolta differenziata -3. Ma la strada è in salita, anche perché i colossi del settore mostrano crepe evidenti. La multinazionale Clorox, ad esempio, è stata recentemente multata in Australia per 8,25 milioni di dollari per aver dichiarato falsamente che i suoi sacchetti Glad fossero realizzati con plastica riciclata proveniente dall'oceano, quando in realtà il materiale proveniva da raccolte effettuate nell'entroterra -9. Allo stesso modo, il colosso ExxonMobil, nonostante le pressioni dell'amministrazione Trump per sostenere l'industria petrolchimica nazionale, ha sospeso investimenti per centinaia di milioni di euro in impianti di riciclo chimico in Belgio e nei Paesi Bassi, lamentando una regolamentazione europea sfavorevole che renderebbe antieconomici tali progetti -2-5. Una contraddizione, quest'ultima, che getta più di un'ombra sulla reale fattibilità industriale di certe promesse.
La battaglia legale in California e il nodo della responsabilità
La tensione attorno al tema della riciclabilità è tale da essere approdata nelle aule di tribunale. Lo stato della California, come noto, ha citato in giudizio la ExxonMobil sostenendo che la compagnia abbia ingannato il pubblico per decenni, suggerendo che la plastica da essa prodotta sarebbe stata facilmente riciclabile quando, nei fatti, solo una minima parte di essa, circa il cinque per cento secondo alcune stime, viene effettivamente recuperata -2. La causa, alla quale si sono uniti diversi gruppi ambientalisti, accusa l'azienda di aver promosso una falsa soluzione al problema dei rifiuti, distogliendo l'attenzione dalla necessità di ridurre la produzione di plastica vergine. La replica della major petrolifera non si è fatta attendere, con una contro-querela per diffamazione che include tra i convenuti lo stesso procuratore generale dello stato, Rob Bonta. Questa battaglia legale, che si gioca a pochi chilometri da dove ha sede la rinnovata amministrazione Trump, storicamente vicina alle istanze dei produttori di combustibili fossili, rappresenta un crocevia cruciale per il futuro del settore, dividendo le acque tra chi cerca un'innovazione trasparente e chi, invece, sembra puntare ancora su una comunicazione ingannevole.
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