L’inchiesta Green River, la banca occulta che sbiancava 200 milioni di euro verso la Cina e i “cash dog” che scovano i contanti
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Redazione Interno
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Non si tratta di un istituto di credito qualsiasi ma di un ingranaggio finanziario parallelo, invisibile agli occhi del sistema bancario tradizionale eppure capace di movimentare cifre da capogiro. È quanto emerso dall’operazione "Green River", condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Lodi su delega della locale Procura della Repubblica, che ha portato al disarmo di un’associazione a delinquere dedita all’autoriciclaggio e all’emissione di fatture false.
Il meccanismo, rodato e pericoloso, ha permesso di trasferire verso la Cina oltre 200 milioni di euro, sfruttando una rete di società cartiere e un sistema di banking sotterraneo che aggirava con sistematica precisione i presidi antiriciclaggio.
Il sistema dell’underground banking: triangolazioni e Iban virtuali
L’architettura criminale, che ricalca i modelli tipici del cosiddetto underground banking, si reggeva su un equilibrio di compensazioni e fiducia. Attraverso 41 società fittizie, gestite da un anonimo ufficio con sede a Chiari, in provincia di Brescia, venivano emesse fatture per operazioni inesistenti a favore di imprese clienti.
Quest’ultime, ricevuti i bonifici, trasferivano il denaro all’estero – spesso triangolando le operazioni attraverso vari Paesi europei – per poi vedersi restituire l’equivalente in contanti sul territorio italiano, al netto di una commissione che si aggirava intorno al 10%. A rendere quasi invisibile il flusso di denaro era l’utilizzo di virtual Iban, codici temporanei che convogliavano i fondi su un unico conto principale, mascherando l’identità dei reali beneficiari e complicando oltremodo le indagini.
In questo modo, non solo gli imprenditori italiani riuscivano a ripulire proventi di reati che andavano dall’evasione fiscale al narcotraffico, ma la controparte cinese poteva procedere al rimpatrio di ingenti capitali "ripuliti" in Cina, attraverso una perfetta partita di giro tra contante e bonifici esteri.
Frode fiscale e falso crediti: l’aggravante della pandemia e del sisma
La spregiudicatezza dell’organizzazione, che ha portato all’esecuzione di otto misure cautelari personali e al sequestro di beni per 31 milioni di euro nei confronti di 44 indagati, non si fermava alla mera evasione fiscale. Per aumentare i profitti illeciti, il sodalizio criminale non ha esitato a sfruttare indebitamente normative agevolate pensate per situazioni di emergenza nazionale, come il credito d’imposta concesso a seguito del sisma che colpì l’Abruzzo nel 2009 e le misure straordinarie introdotte durante la pandemia da Covid-19.
Inserendo in contabilità crediti completamente inesistenti, le società clienti riuscivano a compensare i propri debiti fiscali, previdenziali e assicurativi, azzerandoli di fatto. Tra i soggetti finiti nel mirino degli investigatori figura anche un commercialista italiano, il cui ruolo era cruciale: a lui spettava la gestione amministrativa e contabile delle imprese fittizie, oltre alla predisposizione dei modelli F24 per le indebite compensazioni.
Le indagini, avviate nel 2024 da un approfondimento fiscale su una società cartiera con sede nel Lodigiano, hanno portato alla luce un’organizzazione ramificata che operava con estrema disinvoltura, utilizzando una delle aziende fantasma anche per frodare l’IVA nelle importazioni di merce dall’India, attraverso l’indebito ricorso al regime di deposito IVA.
I "cash dog" e il ritrovamento dei contanti
A suggellare l’efficacia dell’operazione, che ha portato i sigilli su disponibilità finanziarie, immobili, automobili e persino oggetti di lusso come orologi e preziosi, è giunto il contributo decisivo delle unità cinofile specializzate. Durante le perquisizioni, i cosiddetti "cash dog" – cani addestrati specificamente per fiutare la cellulosa delle banconote – hanno fiutato e permesso di recuperare oltre 100.000 euro in contanti che erano stati abilmente occultati in abitazioni e autovetture.
Un’attività che evidenzia come, nonostante la sofisticazione dei sistemi finanziari adottati, la traccia fisica del denaro rimanga un tassello fondamentale per le indagini della Guardia di Finanza, la quale, grazie all’impiego di questi ausiliari a quattro zampe, riesce a colpire il cuore del potere economico illegale.
Le misure cautelari e il sequestro da 31 milioni
Il provvedimento eseguito dai finanzieri, che ha colpito un totale di 44 soggetti tra arrestati e denunciati, rappresenta un duro colpo per le casse dello Stato e per il sistema economico legale. Il sequestro preventivo, disposto anche per equivalente, ha raggiunto la cifra di 31 milioni di euro, a dimostrazione della rilevanza economica dell’illecito contestato.
Le accuse, che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata all’autoriciclaggio all’emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, delineano un quadro criminale di notevole complessità. La Procura di Lodi, che ha coordinato l’indagine sin dall’inizio, ha potuto contare su un impianto investigativo solido, costruito su pedinamenti, intercettazioni e analisi bancarie che hanno permesso di ricostruire l’intera filiera del riciclaggio.
Un sistema che, sebbene operasse nell’ombra, ha lasciato tracce ben precise che hanno consentito agli inquirenti di smantellare una delle più importanti infrastrutture finanziarie occulte legate al riciclaggio di denaro verso la Cina.




