Guerra in Iran, il conto salato di Tomahawk e strategia logora la superlativa americana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione Trump, che pure aveva fatto della deterrenza economica e della retorica isolazionista un cavallo di battaglia, si trova oggi a gestire una voragine finanziaria apertasi nel cuore del Medio Oriente. La campagna militare congiunta con Israele per neutralizzare le infrastrutture iraniane, lungi dal rappresentare una marcia trionfale, si sta rivelando una morsa strategica per Washington, dove il costo vertiginoso delle munizioni “pregiate” – come i missili Tomahawk e i JASSM – sta erodendo silenziosamente la supremazia militare americana. Secondo le ultime valutazioni raccolte dal Wall Street Journal, che cita Elaine McCusker, un'alta funzionaria del Pentagono durante la prima amministrazione Trump, il conto per gli Stati Uniti e i loro alleati si attesta già tra i 25 e i 35 miliardi di dollari, una forbice che separa le spese dirette di Washington da quelle sostenute dalle nazioni partner della regione.

L’impatto economico su Israele e la pressione sui magazzini del Pentagono

Se per gli americani la guerra rappresenta un salasso per le casse federali, per Israele il peso specifico del conflitto si traduce in una stima, da parte del ministero delle Finanze, di circa 35 miliardi di nuovi shekel (pari a 11,5 miliardi di dollari), una cifra che non include però il crollo verticale del Prodotto Interno Lordo né l’aumento della spesa pubblica per la protezione civile. L’alleato israeliano, seppur determinato a ridisegnare gli equilibri regionali, sconta una pressione economica che andrà a saldare solo nei prossimi trimestri fiscali, mentre il Pentagono – come rilevato dalla "Rivista Italiana Difesa" – deve fare i conti con un consumo di munizionamento definito "eccessivo" già dopo le prime fasi dell’operazione Epic Fury. Il think tank britannico Royal United Services Institute (RUSI) ha stimato che nei soli primi sedici giorni di conflitto, la coalizione abbia impiegato oltre 11.000 missili e bombe; un numero impressionante che mette in ginocchio le linee di approvvigionamento, considerando che un singolo Tomahawk costa circa 3,6 milioni di dollari e la sua produzione annuale è limitata a poche centinaia di unità.

Il paradosso del Tomahawk e la vulnerabilità industriale

Ciò che emerge dai rapporti confidenziali del Pentagono, parzialmente filtrati dalla stampa internazionale, è un paradosso militare inquietante: l’arma che doveva garantire la vittoria a distanza, senza esporre i soldati al fuoco nemico, sta diventando il tallone d’Achille logistico di Washington. Nei primi giorni dell’offensiva, la U.S. Navy ha fatto fuoco con centinaia di questi missili da crociera, riducendo drasticamente le scorte strategiche necessarie a mantenere la pressione su Teheran o a fronteggiare un’eventuale escalation in altre aree critiche come lo Stretto di Taiwan. Le difficoltà non riguardano solo i Tomahawk; i sofisticati sistemi di difesa aerea come i Patriot, usati per intercettare i droni iraniani Shahed (il cui costo è di poche decine di migliaia di dollari), vengono consumati in un rapporto economico assurdo, dove un missile interceptor da 4 milioni di dollari viene spento per abbattere un bersaglio "usa e getta". Questa sperequazione numerica, sottolineata dagli analisti del Foreign Policy Research Institute (FPRI), dimostra come la guerra asimmetrica possa logorare un gigante anche in assenza di sconfitte tattiche sul campo.

I segni del logoramento e la crisi dei grandi vettori

Oltre alla mera contabilità dei proiettili, emergono i primi cedimenti strutturali della macchina bellica a stelle e strisce, che vanno al di là della semplice erosione dei magazzini. La USS Gerald Ford, il fiore all’occhiello della marina americana e pezzo maestro dell’armata schierata nel Golfo, ha dovuto interrompere le operazioni e riparare in Grecia a causa di un incendio e di guasti tecnici aggravati da un deploy che si avvicina ai dieci mesi consecutivi, il più lungo dalla guerra del Vietnam. I marinai, provati da una mobilitazione senza soste che ha incluso anche la precedente operazione in Venezuela, mostrano segni di cedimento psicofisico, mentre le perdite di materiali d’alta quota si accumulano: fonti confermano l’abbattimento di una decina di droni MQ-9 Reaper e il danneggiamento di radar avanzati nei Paesi del Golfo. Se da un lato il Pentagono assicura di avere "tutto il necessario per eseguire le missioni", dall’altro la realtà dei fatti racconta di un’industria bellica in difficoltà a rifornire il fronte, impantanata in una guerra che sta costando quasi un miliardo di dollari al giorno e che mostra tutti i limiti di una potenza abituata a colpire senza mai dover sostenere il peso di una lunga occupazione.

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