Nuovi focolai di aviaria in Lombardia e Romagna, migliaia di capi abbattuti
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Redazione Salute
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L'incubo dell'influenza aviaria torna a serpeggiare nelle campagne del Nord Italia, dove una serie di focolai, che si susseguono con inquietante regolarità, ha imposto l'adozione di misure drastiche per tentare di circoscrivere il contagio. In provincia di Brescia, per esempio, un allevamento di tacchini nel comune di Seniga è stato colpito in maniera così violenta dal virus da rendere inevitabile una decisione radicale: l'abbattimento di tutti i capi, che ammontano a circa trentaquattromila unità. Una operazione di questo tipo, sebbene dolorosa sotto il profilo economico e gestionale, rappresenta l'unica strategia efficace per impedire che il patogeno, estremamente contagioso, possa diffondersi ulteriormente, minacciando altri impianti nelle vicinanze.
L'episodio di Cremona e la conferma dei laboratori
La Lombardia, del resto, appare particolarmente sotto pressione, dato che l'emergenza non si è manifestata in un unico punto. Già alla fine di ottobre, un primo segnale d'allarme era provenuto dalla provincia di Cremona, precisamente in un allevamento ubicato tra Casale Cremasco e Vidolasco. In quel caso, l'allarme era scattato in seguito a una moria improvvisa, che in breve tempo aveva coinvolto una cinquantina di tacchini. Le successive analisi di conferma, condotte dall'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, non hanno lasciato spazio a dubbi, accertando nella giornata di lunedì 27 ottobre la positività al virus dell'influenza aviaria.
L'estensione del contagio e le misure di contenimento
La conferma analitica ha innescato immediatamente il protocollo di sicurezza previsto per queste evenienze, culminato con l'abbattimento di tutti i volatili presenti nella struttura, che si stimano essere oltre sessantamila. Un numero considerevole, che dà la misura della portata dell'episodio e dell'impatto sull'attività dell'allevamento. Parallelamente, mentre la situazione nel Cremasco veniva affrontata, le autorità sanitarie hanno dovuto gestire anche il focolaio bresciano, evidenziando una recrudescenza del virus in un'area geografica piuttosto ampia e densa di attività zootecniche.
Il caso della Romagna e l'ipotesi della fauna selvatica
A complicare il quadro epidemiologico nazionale, sebbene in scala numericamente inferiore, si è aggiunto un episodio nella pianura forlivese, in una zona di confine con la provincia di Ravenna. Anche qui il virus ha fatto la sua comparsa, portando all'identificazione di un focolaio in un allevamento di polli da carne. L'intervento è stato tempestivo: dopo il sequestro dell'impianto, sono stati abbattuti centocinquanta esemplari ed è stata avviata una meticolosa opera di disinfezione dei locali, che rimarranno vuoti per un periodo di circa due mesi. Secondo le valutazioni del direttore del Servizio Sanità Animale dell'Ausl Romagna, Claudio Romboli, questo specifico episodio non sarebbe collegabile ai focolai che stanno interessando la Lombardia; l'ipotesi più probabile, in questo caso, punta invece a un'introduzione del virus da parte della fauna selvatica, che spesso agisce come vettore inconsapevole della malattia.




