Caso Orlandi, la procura iscrive nel registro degli indagati Laura Casagrande
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Redazione Interno
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La lunga e intricata inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne svanita nel nulla il 22 giugno 1983 dopo una lezione di musica, registra un nuovo capitolo giudiziario. La Procura di Roma, infatti, ha formalmente iscritto nel registro degli indagati Laura Casagrande, compagna di scuola della ragazza all'epoca dei fatti, per il reato di false informazioni all'autorità giudiziaria. La decisione del pm Stefano Luciani, che coordina le indagini, si fonda su una scrupolosa analisi comparativa delle numerose dichiarazioni rese dalla donna nel corso di quattro decenni, dalle quali emergerebbero, secondo gli investigatori, incongruenze difficilmente attribuibili alla semplice labilità della memoria.
Le versioni discordanti sull'ultimo pomeriggio
A destare sospetti, in particolare, sono le ricostruzioni fornite da Casagrande riguardo agli attimi che precedettero la sparizione. Se in un primo colloquio con la Squadra Mobile, come riportano gli atti, affermò di aver lasciato Emanuela alla fermata dell'autobus, in una successiva audizione ai carabinieri, pochi giorni dopo, il 4 agosto del 1983, la sua versione mutò in modo significativo. Disse allora di averla vista "circa 20 metri dietro di me" mentre percorrevano Corso Rinascimento, aggiungendo di essersi girata e di aver constatato, una volta giunta in fondo al corso, che l'amica non c'era più. Questo scarto narrativo, che concerne il momento e il luogo esatti dell'ultimo contatto visivo, costituisce uno dei punti cardine su cui si concentra l'attività degli inquirenti, i quali valutano l'attendibilità di ciascun racconto alla luce delle altre testimonianze e degli elementi acquisiti.
I diciannove "non ricordo" e l'ombra della telefonata
Un ulteriore elemento che ha contribuito all'iscrizione nel registro degli indagati risiede nelle numerose reticenze manifestate dalla stessa Casagrande durante l'audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta. In quella sede, come documentato dai resoconti, la donna avrebbe pronunciato ben diciannove volte la frase "non ricordo" in risposta a domande specifiche sul periodo, un atteggiamento giudicato poco collaborativo e che ha alimentato perplessità. Sotto la lente dei magistrati finisce anche una nota telefonata, quella del cosiddetto "Americano", un contatto anonimo che, in una delle tante piste esplorate, sostenne di essere a conoscenza di dettagli sul rapimento. In quella circostanza, il misterioso interlocutore avrebbe fatto esplicito riferimento a Casagrande, affermando che "facevi la strada con lei", un particolare che lega indissolubilmente la testimone, almeno nelle ricostruzioni investigative, alla dinamica degli eventi e alle prime, confuse dichiarazioni dei presunti sequestratori.
L'approfondimento delle contraddizioni
Il procedimento penale a suo carico non investiga direttamente la scomparsa, reato per il quale i termini della prescrizione sono ormai ampiamente decorsi, ma si incentra esclusivamente sulla veridicità delle dichiarazioni rese. L'obiettivo è accertare se le discrasie riscontrate tra una deposizione e l'altra, unitamente alle amnesie giudicate selettive, siano frutto di una genuina difficoltà a ricordare dopo tanti anni o, piuttosto, di una volontà di depistaggio. La vicenda, che ha attraversato la storia italiana sollevando interrogativi ancora privi di una risposta definitiva, si arricchisce dunque di un tassello giudiziario formale che, sebbene circoscritto al profilo delle false comunicazioni, riporta l'attenzione su una delle figure più vicine ad Emanuela Orlandi in quel tragico pomeriggio romano di quarantuno anni fa.




