Stellantis chiama a raccolta i fornitori torinesi per seguirlo in Algeria, la Fiom lancia l'allarme
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Redazione Economia
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Mentre l’indotto italiano dell’auto, legato a doppio filo al colosso nato dalla fusione, naviga in acque agitate, costretto a un ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali per la sopravvivenza di centinaia di aziende, Stellantis organizza un incontro a Torino per il prossimo 2 febbraio. L’evento, denominato “Stellantis Algeria meets Turin companies”, avrà un obiettivo preciso: invitare le imprese della componentistica a investire nel Nord Africa, creando un polo produttivo intorno allo stabilimento di Tafaroui. Qui, dopo cospicui investimenti e con l’assegnazione di sei nuovi modelli, il gruppo punta a produrre annualmente novantamila vetture a partire dal 2026, sfruttando i vantaggi di una produzione a basso costo. Una mossa strategica che, se da un lato disegna ambiziosi piani di espansione internazionale, dall’altro getta un’ombra lunga sul futuro industriale del nostro Paese.
L'espansione algerina e le preoccupazioni per l'Italia
L’iniziativa di Stellantis, il cui principale azionista rimane Exor, non fa che confermare una tendenza già osservata con apprensione dai sindacati. La fabbrica di Tafaroui, nella provincia di Orano, è destinata a diventare un hub cruciale, con l’obiettivo di creare oltre duemila posti di lavoro locali e di produrre, a regime, fino a sei modelli diversi, alcuni dei quali potrebbero appartener anche ai marchi Fiat, Opel e forse Alfa Romeo. Questa proiezione verso nuovi mercati, seppur comprensibile in una logica di business globale, viene percepita come un ulteriore segnale di disimpegno dal territorio nazionale, dove le scelte industriali degli ultimi anni hanno spesso coinciso con riduzioni di capacità produttiva e incertezza.
La posizione della Fiom sulla "grande fuga"
A esprimere una netta opposizione sono Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom Cgil, e Ciro D’Alessio, coordinatore nazionale automotive dello stesso sindacato, i quali non usano mezzi termini nel definire l’incontro torinese una “conferma che investono solo all’estero”. La loro analisi è semplice e diretta: in un momento di “crisi profondissima” per il tessuto produttivo italiano, la scelta di Stellantis di spingere i propri partner verso l’Algeria sembra ignorare le difficoltà patite in patria. Per loro, si tratta dell’ultimo atto di una “grande fuga” che deve essere fermata, poiché rischia di erodere definitivamente quel capitale di conoscenze e competenze che per decenni ha sorretto l’industria automobilistica nazionale. La chiamata a raccolta per Tafaroui, insomma, suona come un monito per un’intera filiera.
Le implicazioni per la filiera e il quadro d'insieme
La vicenda, che si inserisce in un più ampio dibattito sulla delocalizzazione e sul futuro della manifattura in Occidente, solleva questioni di non facile soluzione. Da una parte, le strategie di un gruppo multinazionale rispondono a logiche di competitività e di accesso a mercati emergenti, dove i costi di produzione possono essere contenuti. Dall’altra, però, queste strategie lasciano sul campo interrogativi pesanti riguardo alla sostenibilità del sistema industriale italiano, il quale si trova a dover fronteggiare non solo la concorrenza internazionale ma anche una progressiva riduzione degli investimenti interni da parte dei suoi principali attori. Il caso Stellantis-Algeria diventa così un emblematico terreno di scontro tra visioni divergenti sul come e dove produrre ricchezza, in un settore che storicamente ha trainato l’economia di intere regioni.




