Stellantis cerca fornitori per l'Algeria, sindacati sul piede di guerra

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La strategia industriale di Stellantis, che da tempo naviga in acque internazionali, torna a sollevare un vespaio di polemiche in Piemonte, cuore storico dell'automotive italiano. Il gruppo, guidato da Antonio Filosa, ha infatti convocato per il 2 febbraio presso l'Unione Industriali di Torino un incontro riservato ai propri fornitori locali, un appuntamento il cui obiettivo è stato esplicitato con chiarezza: sondare la loro disponibilità a sviluppare attività produttive in Algeria, affiancando lo stabilimento che il colosso automobilistico sta ultimando a Tafraoui, nella provincia di Orano. Un'iniziativa che, se da un lato viene presentata dall'azienda come una mera opportunità di business complementare, dall'altro ha immediatamente scatenato la reazione indignata dei sindacati, con la Fiom in prima linea, i quali leggono in questa mossa un ulteriore, preoccupante segnale di disimpegno dal territorio nazionale.

La proposta e le rassicurazioni ufficiali

Secondo quanto dichiarato da Stellantis, l'invito esteso alle aziende dell'indotto si colloca in un quadro di pura espansione commerciale, finalizzata a servire il mercato locale nordafricano. L'azienda precisa, con toni che mirano a sedare le polemiche, che si tratterebbe di forniture aggiuntive rispetto a quelle già assicurate per le linee di produzione italiane, e che pertanto l'eventuale adesione dei fornitori non comporterebbe "nessun trasferimento di attività dall'Italia" verso il Paese africano. Lo stabilimento algerino, su cui il gruppo ha investito cifre considerevoli nell'ordine dei duecento milioni di euro, è destinato – una volta a regime – ad assemblare sei modelli diversi per una capacità produttiva annua di oltre novantamila veicoli, numeri che rendono evidente la necessità di una filiera rifornitrice efficiente e prossima allo stabilimento.

La rabbia dei sindacati e il clima di tensione

Queste spiegazioni, tuttavia, non sono bastate a placare le organizzazioni dei lavoratori, le quali si dicono "allibite" da una simile iniziativa. La Fiom, in particolare, ha definito "inaccettabile" la chiamata pubblica di Stellantis, interpretandola come la conferma lampante di una strategia aziendale che privilegia gli investimenti esteri a scapito di quelli nel Belpaese. Il malcontento nasce dal contrasto stridente tra gli ambiziosi piani algerini e la situazione degli impianti italiani, molti dei quali, come è noto, operano da anni ben al di sotto delle loro potenzialità, con volumi di produzione ridotti e un conseguente impatto negativo sull'occupazione. Per i sindacati, dietro la retorica delle "nuove opportunità" si nasconderebbe quindi il vecchio spettro della delocalizzazione, un tema che periodicamente riaffiora nelle cronache industriali nazionali, accompagnato da aspre contestazioni.

Uno scontro destinato a durare

La vicenda, che unisce questioni economiche, occupazionali e di geopolitica industriale, si inserisce in un dibattito più ampio sulla trasformazione del settore automotive. Mentre Stellantis prosegue nella sua articolata riorganizzazione globale, che la vede impegnata su più fronti internazionali, in Italia cresce la percezione di un progressivo indebolimento della base produttiva. L'incontro di Torino, dunque, non sarà una semplice riunione tecnica con i partner, ma si trasformerà inevitabilmente in un nuovo banco di prova per i rapporti, già tesi, tra il management dell'azienda e le rappresentanze dei lavoratori. La posta in gioco è alta, poiché tocca nervi scoperti quali la sicurezza dei posti di lavoro e il futuro stesso della manifattura nel paese, in un momento storico di transizione tecnologica che richiederebbe, secondo molti osservatori, scelte coraggiose e condivise.

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