I nodi arrivano al pettine: immutato il coro europeo
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Redazione Esteri
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L’incontro tra Trump e Putin in Alaska, previsto per il 15 agosto, rappresenta un tentativo di disgelo in un conflitto, quello ucraino, che sembra aver raggiunto una fase di stallo. Quello che molti temevano all’insediamento del presidente americano si sta verificando: l’Ucraina non ha la forza militare per prevalere, e Mosca, contrariamente alle speranze di chi sosteneva Zelensky, non accetterà alcuna pace che non riconosca le rivendicazioni dei russofoni nelle regioni orientali.
Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha espresso cauta apertura verso l’iniziativa, definendola «un primo passo positivo». In un’intervista al Corriere della Sera, ha però sottolineato che qualsiasi accordo richiederà necessariamente la partecipazione di Kiev. «La pace non si può fare senza i diretti interessati», ha dichiarato, ribadendo la posizione dell’Italia, che insiste su un cessate il fuoco immediato e su negoziati inclusivi.
Nel frattempo, i leader europei si muovono in coordinamento, anche se con toni meno ottimisti. Macron, Merz e Starmer hanno tenuto una videoconferenza per discutere la strategia da adottare in vista del vertice in Alaska. L’Eliseo ha parlato di «mezzi per giungere a una pace giusta e duratura», ma è chiaro che le divergenze tra Washington e le capitali Ue permangono.
Mentre Trump punta a un dialogo diretto con Putin, l’Europa – divisa al suo interno tra chi spinge per un maggiore sostegno militare a Kiev e chi teme un’escalation – fatica a trovare una linea comune. Tajani, da parte sua, ha delineato i «tre fronti di guerra» su cui l’Italia sta agendo: Ucraina, Gaza e la questione dei dazi, segno di una diplomazia che cerca di bilanciare pragmatismo e principi.
Quello che emerge, al di là delle dichiarazioni, è un quadro in cui le parti in gioco – Stati Uniti, Russia e Ue – sembrano muoversi su piani paralleli, con obiettivi non sempre allineati. Se Trump punta a un’intesa rapida, anche a costo di marginalizzare Kiev, l’Europa, pur sostenendo formalmente la necessità di includere Zelensky, non ha ancora trovato il modo di tradurre questa posizione in un’influenza concreta sul processo.




