Checco Zalone, il sarto di Buen Camino: “Ci ha chiesto di ricreare lo stile di Gianluca Vacchi”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Record d’incassi, battute a raffica e look che, è il caso di dirlo, non passano certo inosservati: “Buen Camino”, l’ultima pellicola di Checco Zalone, continua a stupire anche per la cura maniacale del guardaroba. Tra completi viola elettrico, gessati sartoriali e camicie dall’impronta glamour, il personaggio interpretato dall’attore pugliese – un uomo ricco, vanitoso, erede di una fortunata attività imprenditoriale e spiritualmente in cerca di una direzione – racconta una parte consistente della sua identità proprio attraverso gli abiti che indossa. Il sarto del film, interpellato in merito, ha svelato una delle fonti d’ispirazione principali, affermando che “ci ha chiesto di ricreare lo stile di Gianluca Vacchi”, il noto imprenditore e influencer diventato icona di uno stile di vita opulento e ricercato. Una scelta, questa, che non risulta affatto casuale se si considera la natura del protagonista, il quale, prima di intraprendere il cammino, incarna appieno un’idea di successo materiale e di esibizionismo esteriore.
Il dibattito sui cammini e l’invito dalla Francigena
Da circa tre settimane, nel microcosmo degli appassionati di viaggi a piedi, non si discute praticamente d’altro. Il film, oltre ad aver collezionato risultati straordinari al botteghino, ha infatti generato un vivace dibattito sui social network, coinvolgendo tutti coloro che percepiscono il camminare come una vera e propria filosofia di vita. Luca Bruschi, direttore dell’Associazione Europea delle Vie Francigene, che ha trascorso il capodanno proprio sul Cammino di Santiago, ha espresso la sua opinione sull’opera. Bruschi, oltre a condividere una sua personale lettura del film, ha lanciato un’idea al protagonista: “Zalone, dopo Santiago vieni a scoprire la Francigena”. Un invito che va ben oltre la battuta, puntando a canalizzare l’attenzione mediatica sollevata dalla pellicola verso uno degli itinerari storici più importanti d’Italia, nella speranza di un effetto traino positivo per tutto il settore.
La fuga dalla città tra Roma e Milano
C’è un tema, peraltro, che attraversa l’intero arco narrativo di “Buen Camino” – tornato a essere diretto da Gennaro Nunziante dopo l’esperienza di “Tolo Tolo”, firmato invece dallo stesso Zalone – e parla in modo diretto a chi risiede nei grandi centri urbani. La pellicola, infatti, mette in scena, con le sue consuete modalità comiche, quella tentazione, per molti sempre più pressante, di mollare tutto, fosse anche solo per un breve periodo, e di prendere le distanze da un ritmo di vita percepito come soffocante. La narrazione, in tal senso, sembra intercettare un malessere diffuso, un bisogno di decelerazione che pare trovare un terreno particolarmente fertile tra chi vive a Roma e a Milano, dove il frastuono della quotidianità si fa spesso più assordante.
La lettura di Gianni Canova: un film come fenomeno sociale
“Quando un film porta fuori di casa otto milioni di italiani, non chiediamoci se è bello o brutto: domandiamoci che bisogno soddisfa, che immaginario feconda”. È partito da questa considerazione Gianni Canova, ospite della prima puntata dell’anno del podcast “A qualcuno piace radio”, curato da Gianluca Arnone e Giulia Mirimich. Il critico ha invitato a interpretare la portata dell’opera di Zalone e Nunziante non soltanto attraverso i numeri – oltre 66 milioni di euro di incasso in poche settimane, record assoluto per il cinema italiano – ma soprattutto a partire dal suo “effetto contagio” sul discorso pubblico. Una pellicola, dunque, che va analizzata come un vero e proprio fenomeno socio-culturale, in grado di accendere i riflettori su desideri, paure e aspirazioni di una fetta molto ampia del paese, dimostrando come il cinema, a volte, possa diventare il termometro di uno stato d’animo collettivo.




