Morte di Abderrahim Fakir, attivato lo "scudo" per sei indagati. Scontri e auto in fiamme a Bologna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Bologna ha iscritto nel registro delle notizie di reato sei persone per la morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto domenica scorsa durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro. Si tratta dei due agenti intervenuti e dei quattro operatori del 118 chiamati sul posto per una presunta crisi psichiatrica dell'uomo: per tutti è stata attivata la nuova normativa che prevede l'iscrizione in un registro separato, quello delle "annotazioni preliminari", mentre si procede per l'ipotesi di reato di omicidio colposo.

Lo "scudo penale" e le indagini

La decisione della procura guidata da Paolo Guido rappresenta una delle prime applicazioni della norma contenuta nell'ultimo decreto sicurezza, che prevede un percorso differenziato per gli appartenenti alle forze dell'ordine e al personale sanitario coinvolti in interventi operativi, qualora il fatto sia stato commesso in presenza di una causa di giustificazione.

Le indagini, affidate alla squadra Mobile, mirano a ricostruire l'intera dinamica, che secondo il procuratore sarebbe "di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete", e si avvarranno anche delle immagini delle bodycam indossate dagli agenti e delle registrazioni delle comunicazioni radio.

Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, intervenendo sulla vicenda, ha precisato che non si tratta di uno "scudo penale" ma della "giusta collocazione di un caso attraverso l'iscrizione in un registro apposito", aggiungendo che chi esprime "pregiudizialmente" contrarietà alle forze di polizia non ha fiducia né in esse né nella magistratura che dovrà accertare i fatti.

L'autopsia sarà determinante per chiarire le cause del decesso: tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c'è anche quella di un malore, mentre gli agenti hanno riferito di aver usato spray al peperoncino per neutralizzare l'uomo, che presentava ferite al capo e al volto.

La protesta e gli scontri in centro

Nel frattempo, la serata di ieri a Bologna è stata segnata da forti tensioni. Un corteo partito da piazza del Nettuno, dove si era svolto un presidio indetto dal sindaco Matteo Lepore per chiedere verità e giustizia, si è spostato davanti alla Prefettura e alla Questura, dove è entrato in contatto con le forze dell'ordine.

La manifestazione, iniziata in modo pacifico con l'intervento commosso della nipote di Fakir, è poi degenerata in scontri con lancio di bombe carta e oggetti, ai quali gli agenti hanno risposto con cariche, manganelli e lacrimogeni; il bilancio è di undici feriti tra manifestanti e poliziotti. La famiglia della vittima ha preso le distanze dagli episodi di violenza, mentre la procura ha già aperto un fascicolo anche per questi fatti.

Durante gli scontri, un'auto di servizio del Comune di Bologna parcheggiata in via della Zecca, vicino a Palazzo d'Accursio, è stata data alle fiamme da alcuni manifestanti.

Le reazioni politiche e la richiesta di un corpo autonomo

La vicenda ha suscitato un acceso dibattito politico. Mentre il viceministro Matteo Salvini ha criticato la manifestazione indetta dal sindaco, giudicandola controproducente, il deputato del Partito Democratico Andrea De Maria ha chiesto un'informativa urgente al ministro Piantedosi, e il Movimento 5 Stelle ha annunciato un'interrogazione parlamentare.

L'arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Zuppi, ha auspicato che non prevalgano "l'odio, la violenza, anche verbale e nei social, la strumentalizzazione per nessuna ragione", ma piuttosto "il rispetto, il dialogo e la giustizia".

L'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir, noto per aver seguito casi come quelli di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, ha espresso la speranza di non assistere a un "film già visto" e ha ribadito la richiesta, già prevista dalla Cedu, che le indagini su questi fatti siano condotte da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte.

Il contesto e la figura della vittima

Abderrahim Fakir, 42enne di origini marocchine, viveva regolarmente in Italia fin da bambino e gestiva un'attività lavorativa. La sua avvocata, Barbara Spinelli, lo ha descritto come "un uomo dal cuore buono" e molto responsabile, che negli ultimi tempi aveva manifestato timori per il futuro del suo permesso di soggiorno, preoccupazione che la legale ha definito "immotivata" data la sua regolarità.

La sua morte, avvenuta durante un fermo in cui era stato ammanettato a terra, ha scosso profondamente la città e riacceso il dibattito nazionale sui metodi di intervento delle forze dell'ordine, specialmente nei confronti di persone in stato di presunta crisi psichiatrica.

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