Trump stringe la mano a al Sharaa e rinsalda i legami con il Qatar: la doppia mossa nel Golfo
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Redazione Esteri
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Mentre il sole batteva su Doha, Donald Trump ha compiuto un gesto che pochi si sarebbero aspettati: ha stretto la mano ad Ahmed al Sharaa, l’uomo che fino a poco tempo fa era noto come Abu Mohammed al-Jolani, leader di Hay’at Tahrir al-Sham, gruppo legato ad al Qaeda. Una figura sulla cui testa Washington aveva posto una taglia da dieci milioni di dollari, e che oggi si ritrova al centro di un improvviso riavvicinamento tra Stati Uniti e Siria. Lo stesso Trump che, poche ore prima, aveva cenato con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, suggellando un’intesa che va oltre la semplice diplomazia e sfiora gli interessi economici.
La metamorfosi di al Sharaa è emblematica degli equilibri mutevoli della regione. Un tempo jihadista ricercato, oggi interlocutore riconosciuto, il siriano ha vissuto per anni nelle montagne dell’Idlib, lontano dai riflettori, prima di riemergere in un ruolo inedito. L’incontro con Trump, avvenuto a Riad sotto lo sguardo del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, segna una svolta che non può essere ignorata. La Casa Bianca ha chiarito le richieste avanzate al leader siriano: la deportazione di militanti palestinesi, l’adesione agli Accordi di Abramo con Israele e la gestione dei detenuti dell’Isis nel nord-est del Paese.
Ma la mossa di Trump ha un altro effetto collaterale: l’irritazione di Israele. Il premier Benjamin Netanyahu, già impegnato nella complessa gestione del conflitto a Gaza, si è trovato di fronte a una doppia delusione. Da un lato, la legittimazione di al Sharaa, dall’altro l’apertura al dialogo con l’Iran, tradizionale avversario di Tel Aviv. Se da tempo gli analisti segnalavano un possibile disgelo tra Washington e Damasco, pochi avevano previsto che sarebbe avvenuto in modo così plateale.
Intanto, il Qatar consolida il suo ruolo di partner strategico. L’emirato, che nel 2017 era stato isolato dai vicini arabi con l’accusa di sostenere il terrorismo, oggi torna a essere un attore chiave negli equilibri regionali. Gli affari, come sempre, fanno da sfondo a ogni trattativa: dagli investimenti energetici alle infrastrutture, gli interessi economici sembrano muovere le pedine più di quanto non facciano le ideologie.




