La vendita silenziosa, lo sciopero contro il silenzio: a Roma i giornalisti di “Repubblica” incrociano le braccia contro John Elkann
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Redazione Interno
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A Roma non si sono viste le copie del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, e il sito è rimasto ieri congelato in una home page statica, destinata a non aggiornarsi per quarantotto ore. L’assemblea dei giornalisti di “Repubblica”, convocata lunedì sera e protrattasi oltre l’ora in cui si chiude l’edizione, ha prodotto una decisione netta: due giorni di sciopero – martedì 10 e mercoledì 11 febbraio 2026 – per protestare contro ciò che il Comitato di redazione definisce, senza mezzi termini, un muro di gomma alzato dall’azionista -1-8.
Al centro della vertenza, ormai apertissima, c’è la trattativa per la cessione dell’intero Gruppo Gedi al gruppo ellenico Antenna, di proprietà della famiglia Kyriakou; una negoziazione che Exor, la cassaforte degli Agnelli-Elkann, conduce in esclusiva da mesi, ma di cui la redazione dice di sapere tutto e niente -1-9. L’esclusiva è formalmente scaduta il 31 gennaio scorso, eppure – denuncia il Cdr – la società non ha comunicato se sia intervenuta una proroga, quando scadrà, e soprattutto a quali condizioni. Le domande che i cronisti ripetono da settimane, e che hanno messo nero su bianco in un comunicato diffuso nella notte, restano senza risposta: perché la scelta è caduta su un editore sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico italiano, e perché non sono state prese in considerazione – ammesso che vi siano state – altre manifestazioni di interesse -8?
Il fantasma di un acquirente greco e l’ostinato silenzio di corso Agnelli
L’operazione, che secondo indiscrezioni raccolte dall’Agenzia Ice e da Bloomberg potrebbe aggirarsi intorno ai centoquaranta milioni di euro, riguarderebbe in particolare il quotidiano romano, le radio – Capital, Deejay, m2o – e le testate digitali -2-9. Resta invece in una zona d’ombra il destino de “La Stampa”, che pare esclusa dal perimetro dell’affare con Antenna e per la quale si ipotizzano altri compratori, senza che nulla sia stato ufficializzato -9. La mancanza di trasparenza, spiega il sindacato, non è solo una scortesia verso i mille e trecento lavoratori coinvolti – giornalisti, poligrafici, impiegati – ma una ferita inferta al pluralismo informativo: quando si tratta di un prodotto che non è una semplice merce, argomentano i cronisti, il diritto a conoscere il progetto editoriale, le garanzie occupazionali e la linea culturale del futuro editore diventa diritto del pubblico, oltre che dei dipendenti -1.
Il fatto che l’editore John Elkann, sollecitato più volte, abbia rifiutato di incontrare le rappresentanze sindacali ha trasformato la preoccupazione in una determinazione granitica. La solidarietà è arrivata immediata dal Comitato di redazione de “La Stampa”, che parla di un silenzio non solo grave ma inaccettabile, e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che ha presidiato insieme ai colleghi le vie attorno alla sede romana -1.
Una vertenza che si innesta nella crisi strutturale della carta stampata
La vicenda, peraltro, non nasce oggi né si esaurisce nei confini di una trattativa riservata. La decisione della famiglia Agnelli-Elkann di uscire dall’editoria, secondo quanto ricostruito da diverse analisi, affonderebbe le radici in una duplice convinzione: da un lato l’assenza di prospettive di redditività per i quotidiani tradizionali, gravati da costi strutturali pesanti e da un crollo verticale delle vendite in edicola e della pubblicità; dall’altro il venir meno della funzione strategica che un tempo il possesso di testate nazionali assicurava in termini di influenza politica e sociale -4. Non è un caso che il paragone, in queste ore, corra al “Washington Post”, dove poche settimane fa quattrocento giornalisti sono stati licenziati in tronco dal nuovo corso voluto da Jeff Bezos, o all’armatore Gianluigi Aponte, che ha rilevato il “Secolo XIX” dichiarandosi disponibile a perdere milioni pur di sostenere la testata – senza che sia mai stato del tutto chiaro, tra l’altro, il movente industriale di una tale mecenatismo -4-5-6.
Il nodo delle garanzie e la domanda che resta in sospeso
Il timore della redazione, esplicitato nel documento che ha preceduto lo sciopero, è che l’editore greco – privo di esperienza nel settore editoriale italiano e di un piano industriale presentato pubblicamente – possa procedere a un ridimensionamento drastico dell’organico; si parla, sebbene in via informale e senza riscontri ufficiali, di un esubero di cento, forse centoquaranta unità -10. Il Comitato di redazione ha chiesto, in tutte le sedi, che qualsiasi accordo di cessione venga subordinato a clausole di salvaguardia per l’occupazione e per l’autonomia della testata, ma al momento, denunciano i cronisti, le richieste sono cadute nel vuoto. L’unico dato certo resta la data di scadenza della trattativa in esclusiva – il 31 gennaio – e il fatto che, a oltre una settimana da quella scadenza, nessuno abbia ancora spiegato se il greco Antenna sia ancora al tavolo, oppure se altri soggetti si siano affacciati e siano stati, per qualche ragione, allontanati -1-8.




