Pratica a tutela per i pm di Ravenna, il Csm si spacca sulle accuse di “metodi da Gestapo”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dodici consiglieri del Consiglio superiore della magistratura hanno chiesto l'apertura di una pratica a tutela dei magistrati della Procura di Ravenna impegnati nell'inchiesta sui certificati medici destinati a impedire il trasferimento dei migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio. La richiesta, presentata ai sensi del Regolamento interno, riguarda anche tutti i magistrati che, nelle diverse funzioni e sedi, si occuperanno del procedimento sulle ipotesi di reato a carico di alcuni medici.

Le accuse che hanno scatenato la richiesta

A motivare l'iniziativa sono state le dichiarazioni pubbliche pronunciate nei giorni scorsi da esponenti politici e associazioni. Secondo i consiglieri firmatari, l'attività degli inquirenti è stata definita una «ingiusta caccia alle streghe» e una «criminalizzazione dell'atto medico», arrivando a evocare «metodi da Gestapo».

Espressioni che, secondo i firmatari, «non esprimono un dissenso nel merito, ma si traducono in una denigrazione generica e generalizzata dell'intera attività inquirente», alimentando presso l'opinione pubblica «una delegittimazione diffusa e indiscriminata della funzione giudiziaria». I consiglieri hanno inoltre osservato che simili dichiarazioni «rischiano di pregiudicare la serenità dell'ufficio inquirente in un momento particolarmente delicato».

La richiesta porta le firme dei togati Edoardo Cilenti, Paola D'Ovidio, Maria Vittoria Marchianò, Maria Luisa Mazzola, Eligio Paolini e Dario Scaletta, insieme ai laici Enrico Aimi, Isabella Bertolini, Daniela Bianchini, Claudia Eccher, Felice Giuffrè e Daniele Porena.

Nel testo si sottolinea come l'individuazione del magistrato chiamato a trattare un procedimento avvenga «sulla base di criteri tabellari predeterminati, trasparenti e verificabili, posti proprio a garanzia dell'indipendenza e dell'imparzialità della funzione giudiziaria e del principio del giudice naturale precostituito per legge».

L'inchiesta sui certificati per i Cpr

Il procedimento della Procura di Ravenna, coordinato dalla pm Angela Scorza, ipotizza l'esistenza di una rete di medici dedita alla formazione di certificati falsi finalizzati a impedire l'espulsione di stranieri irregolari, bloccandone l'accesso ai Cpr. Quattro sanitari sono indagati per associazione a delinquere, mentre otto risultano indagati per falso. Una trentina in tutto i professionisti sottoposti a perquisizioni, interrogatori e sequestro di cellulari e computer.

Al centro dell'indagine vi è un documento prestampato, intitolato «bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nei CPR», allegato ad alcuni certificati con cui i medici negavano il nulla osta al trasferimento degli stranieri. Secondo gli inquirenti, la diffusione dello stesso modulo in diverse strutture ospedaliere dimostrerebbe l'esistenza di un coordinamento tra i sanitari. La bozza sarebbe stata rintracciata negli ospedali di Ferrara, Rimini, Bologna e Forlì, oltre che a Roma, Matera, Bari, Biella e Livorno.

Le reazioni politiche e sindacali

Le dichiarazioni che hanno innescato la richiesta di tutela provengono da ambienti diversi. Il segretario della Cgil bolognese Michele Bulgarelli ha affermato che i medici «non scappano, ma curano» e ha parlato esplicitamente di «metodi Gestapo». Il Partito democratico ha aderito a una manifestazione a Bologna sotto lo striscione «La cura non è reato, abolire i Cpr», definendo «inaccettabile la campagna politica strumentale» contro i professionisti coinvolti.

Sul fronte opposto, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto la radiazione dei medici coinvolti. Il presidente dell'Ordine nazionale dei medici, Filippo Anelli, ha dichiarato che se i colleghi hanno redatto certificati falsi «saranno sanzionati oltre che dalla legge dello Stato anche dall'Ordine», aggiungendo tuttavia che appare «singolare che non si possa aprire un dibattito pubblico sull'idoneità dei Cpr».

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