Pasticceria Cavaletti, convalidati gli arresti. La holding finita nel mirino tra evasioni e assegni a vuoto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Non so neanche dove si trovano i contatori». È con questa frase, pronunciata davanti agli inquirenti, che Rita Delle Fave ha tentato di prendere le distanze dall’allaccio abusivo che le viene contestato. La donna, amministratrice unica del punto vendita di via Parioli, ha visto convalidare il proprio arresto nelle scorse ore, sebbene il giudice le abbia concesso una misura meno afflittiva: il carcere, dove era finita giovedì scorso, è stato trasformato in domiciliari dopo l’interrogatorio di garanzia. Il caso, che riguarda un presunto furto di energia elettrica per un valore di circa duemila euro nel celebre locale del quartiere Parioli, è solo la punta di un iceberg investigativo che affonda le radici in una gestione societaria molto più ampia e opaca.

La galassia dei marchi e le difese delle indagate

Dietro l’insegna storica di Cavaletti si muove una holding riconducibile alla famiglia Delle Fave, la quale ha rilevato il marchio affiancandogli anche il brand Ricci. Un impero commerciale che, nelle intenzioni della procura, nasconde un modus operandi preciso. A finire in manette insieme a Rita sono state altre due donne: Brunella Desideri, cuoca di "Buono come il pane" (altro marchio del gruppo) e Cristina Gigli, compagna di Cristian Delle Fave, considerato il direttore operativo della struttura. Le posizioni delle tre, davanti al giudice, hanno preso però strade diverse. Se Rita ha ottenuto i domiciliari, la Desideri – accusata di un furto di energia da 12mila euro – è tornata in libertà dopo aver dichiarato di non sapere «come si usa un contatore». Diversa la posizione della Gigli, in dolce attesa e difesa dall’avvocato Fabio D’Amato, che ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere rimanendo ai domiciliari per un’ipotesi di furto pari a 28mila euro.

La trappola degli assegni: la denuncia del fornitore

Se il furto di corrente è stato il grilletto per le manette, sono le carte depositate in Procura a delineare il quadro di una possibile associazione a delinquere. In cima al fascicolo della maxi-inchiesta, custodito negli uffici di via Labicana della Guardia di Finanza, c’è la denuncia di Francesco Valluzzi, un fornitore di carni rimasto invischiato in una ragnatela di pagamenti fittizi. La sua testimonianza, risalente ormai ad aprile 2025, racconta di un’amicizia commerciale nata sotto falsi auspici: «Quando il primo assegno da 2mila euro è tornato indietro ho capito di essere finito nella rete di una truffa». Un ingranaggio che, secondo gli investigatori, vedeva l’intestazione di assegni su conti correnti già chiusi o bloccati, un metodo che ha permesso alla holding di accumulare debiti per decine di migliaia di euro senza mai saldarli.

La strategia delle partite Iva e i locali fantasma

L’indagine, che si allarga ora a Vigna Clara e ad altri quadranti della Capitale, mette sotto la lente un intrico di oltre cinquanta società satellite. Uno schema a piramide che avrebbe permesso al gruppo di gestire gli insuccessi economici con una certa disinvoltura: se un’azienda falliva, se ne apriva un’altra con denominazione simile, lasciando sul campo creditori e dipendenti insoluti. Questa mattina, a largo di Vigna Stelluti, un noto punto vendita del gruppo risultava ancora chiuso nonostante gli orari di apertura pubblicati online; una circostanza che riflette la confusione amministrativa e le sospensioni disposte dall’autorità giudiziaria. Tra i reati contestati, oltre al furto aggravato e alla truffa, spunta l’ipotesi dell’insolvenza fraudolenta, mentre gli accertamenti dei carabinieri e della Finanza cercano di ricostruire il flusso di denaro per chiarire eventuali fenomeni di riciclaggio legati alla rapida scalata imprenditoriale della famiglia.

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