Tre licenziamenti alla Pam per il test del finto cliente
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Redazione Interno
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Tre dipendenti della catena di supermercati Pam, di cui alcuni operanti come cassieri presso i punti vendita di Siena e Livorno, hanno perso il posto di lavoro per non aver superato una particolare verifica a sorpresa, internamente definita “test del carrello” o del “finto cliente”. L’esito negativo di questa prova, che l’azienda utilizza per valutare il livello di attenzione del proprio personale, ha determinato l’avvio delle procedure di licenziamento, le quali hanno sollevato un acceso dibattito sulla legittimità di tali metodi di controllo. La procedura, che si inserisce in un più ampio sistema di sicurezza aziendale, prevede l’intervento di ispettori incaricati i quali, assumendo le vesti di normali acquirenti, celano deliberatamente alcuni prodotti all’interno del proprio carrello della spesa, simulando in tal modo un tentativo di appropriazione indebita.
Il meccanismo della simulazione
La dinamica del test, che si configura come una trappola perfettamente orchestrata, lascia il dipendente del tutto ignaro di essere sottoposto a esame. Gli ispettori, il cui compito è accertare la prontezza e la diligenza degli addetti alle casse, agiscono mimetizzandosi tra la clientela abituale, con l’unico scopo di verificare se il cassiere si accorga della merce non scandita. Qualora l’operatore non riuscisse a individuare l’oggetto nascosto – cosa che, stando ai fatti narrati, è avvenuta nelle circostanze che hanno portato ai licenziamenti – per lui scatta automaticamente una contestazione formale da parte della direzione, la quale può sfociare, come di fatto è successo, nel recesso dal rapporto di lavoro. Una parte di essi, i quali si vedono ora privi di occupazione, sostengono di non essere stati messi in condizione di poter dimostrare la propria effettiva capacità di prevenire le perdite.
Le reazioni sindacali e l’incontro a Roma
Contro questa prassi, che viene giudicata come un metodo sproporzionato e insidioso per giustificare l’allontanamento del personale, sono insorti con decisione i sindacati di categoria. Le organizzazioni, denunciando la natura “mefistofelica” di un sistema che trasforma un normale momento di lavoro in un campo minato, hanno annunciato un incontro che si terrà a Roma per analizzare la situazione e valutare le opportune contromisure. L’obiettivo di tale vertenza, che coinvolgerà i rappresentanti dei lavoratori, è quello di discutere la liceità di tali pratiche investigative, le quali, a loro dire, finiscono per penalizzare ingiustamente chi, svolgendo il proprio compito sotto un costante e invisibile scrutinio, commette una semplice e umana disattenzione.
Il contesto aziendale e le implicazioni
La società Pam Panorama, che ha chiuso l’esercizio precedente con un fatturato di circa 1,9 miliardi di euro, difende l’utilizzo di questi strumenti di verifica, considerandoli necessari per la tutela del patrimonio e per il mantenimento di standard operativi elevati. Tuttavia, l’applicazione del “test del finto cliente”, se da un lato rientra nelle prerogative gestionali dell’impresa, dall’altro solleva interrogativi non banali riguardo ai limiti del controllo sul lavoratore e alla possibilità che un singolo episodio, per di più artificiosamente costruito, possa determinare la risoluzione del contratto. La vicenda, che ha già registrato casi analoghi in altre località italiane, evidenzia una frizione tra le esigenze di sicurezza commerciale e i diritti di chi, ogni giorno, è chiamato a presidiare la linea della cassa.




