Iveco passa a Tata, polemiche e proteste: il governo assente e l’ombra del declino industriale
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Redazione Economia
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La vendita di Iveco Vehicles al gruppo indiano Tata Motors ha scatenato un turbine di reazioni, mentre il governo – accusato di latitanza – non chiarisce quali garanzie offrirà per salvaguardare posti di lavoro e filiera. «Chiameremo "Chi l’ha visto" perché non c’è traccia del ministro Urso in questa vicenda», ha ironizzato l’onorevole Fabrizio Benzoni di Azione, annunciando la mobilitazione davanti ai cancelli dello stabilimento di Brescia. Un sito simbolo, legato al marchio storico OM, che insieme ad altri quattro brand diede vita a Iveco nel 1975.
L’operazione, che divide il gruppo in due – veicoli commerciali a Tata, difesa a Leonardo – è stata presentata come un passo strategico per contrastare la concorrenza asiatica. Ma a preoccupare sono le ricadute occupazionali e il rischio di svuotamento tecnologico. «Servono condizioni più stringenti dei due anni di garanzie previsti», ha insistito Benzoni, sottolineando come sia in gioco «il Paese intero». Un timore condiviso dai sindacati, che chiedono tutele immediate per i 36 mila dipendenti sparsi tra 19 stabilimenti e 30 centri di ricerca.
Sul piano mediatico, intanto, la narrazione ottimista orchestrata da Exor – con il quotidiano torinese in prima linea – stride con le critiche di chi vede in questa cessione l’ultimo atto di un declino industriale. Giorgio Garuzzo, ex ad di Iveco negli anni ’80, non ha usato mezzi termini: «Torino produrrà lavoro solo per baristi e camerieri». Per l’ex manager, la cessione segna una «via di non ritorno», aggravata dall’impennata della cassa integrazione nel metalmeccanico piemontese




