Perquisizioni Gdf al ministero della Difesa, Terna e Rfi: 26 indagati per corruzione e riciclaggio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Le fiamme gialle, nella mattinata di oggi, hanno battuto a tappeto gli uffici del ministero della Difesa, di Terna, di Rete Ferroviaria Italiana e del Polo strategico nazionale. Un’operazione su larga scala, questa, eseguita su delega della procura di Roma, che rappresenta l’ultimo, significativo sviluppo dell’inchiesta madre su Sogei, la società informatica del Ministero dell’Economia finita al centro di una bufera giudiziaria già nell’autunno del 2024.
Il fascicolo, che al momento conta ventisei indagati – un numero destinato a crescere se si considera che in questa tranche sono quindici i nuovi nomi iscritti nel registro degli indagati –, ipotizza un ventaglio di reati che va dalla corruzione, al riciclaggio, passando per l’autoriciclaggio, la turbativa d’asta e il traffico di influenze illecite. A finire nel mirino degli inquirenti, questa volta, non solo i vertici delle aziende pubbliche coinvolte, ma anche alti gradi dell’Aeronautica e della Difesa, insieme a dirigenti d’impresa e imprenditori privati.
L’articolato sistema dei fondi neri e le fatture false
A fornire la base dell’intervento odierno è un documento di 28 pagine, il decreto di perquisizione, che descrive un meccanismo collaudato e profondamente radicato. Secondo quanto ricostruito dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, gli indagati avrebbero messo in piedi un “articolato sistema criminale”. Un meccanismo, questo, finalizzato principalmente a riciclare ingenti somme di denaro, la cui provenienza sarebbe da ricondurre a reati fiscali commessi attraverso l’emissione di fatture per operazioni del tutto inesistenti.
Quei capitali illeciti, una volta “ripuliti” attraverso un giro di società compiacenti, avrebbero alimentato veri e propri “fondi neri”. Risorse occulte, queste, destinate a finanziare il pagamento di tangenti, a corrompere i funzionari pubblici e a pilotare l’assegnazione di appalti strategici, soprattutto in settori sensibili come la cybersicurezza e le infrastrutture critiche. Non si tratta di episodi isolati: l’inchiesta, che ha radici profonde, aveva già portato nell’ottobre del 2024 all’arresto in flagranza dell’allora direttore generale di Sogei, Paolino Iorio, colto mentre intascava una tangente di quindicimila euro da un imprenditore.
Dall’arresto di Iorio agli sviluppi odierni
Quel precedente, che si concluse con il patteggiamento di una pena a tre anni da parte di Iorio, rappresenta solo il punto di emersione di un problema ben più ampio. Le indagini successive, infatti, hanno rivelato un “radicato sistema corruttivo” con ramificazioni che, oltre al Ministero dell’Economia, coinvolgevano anche gli Interni e, appunto, la Difesa. Nel corso delle perquisizioni domiciliari di allora, gli investigatori rinvennero oltre centomila euro in contanti custoditi nell’armadio dell’ex manager, confermando l’esistenza di flussi finanziari paralleli e incontrollati.
Tra i nomi emersi nel filone principale spicca quello di un ufficiale della Marina, Antonio Angelo Masala, già indagato in relazione ai presunti tentativi di influenzare appalti nel settore satellitare e cyber, mentre il decreto odierno allarga il perimetro a figure di spicco come il generale Francesco Modesto, sospettato di aver condizionato la definizione dei requisiti tecnici delle gare d’appalto ancora prima della loro pubblicazione ufficiale.
La collaborazione del ministero e il fronte delle indagini
Il dicastero della Difesa, in una nota diffusa nelle prime ore della giornata, ha garantito “pieno supporto e massima collaborazione” sin dalle fasi iniziali delle indagini, dichiarandosi pronto a perseguire con severità eventuali responsabilità accertate. Un atteggiamento, questo, che gli inquirenti stanno riscontrando anche nelle altre realtà coinvolte, mentre procedono speditamente all’acquisizione di documenti e supporti informatici nelle sedi perquisite.
L’attività investigativa, coordinata dai magistrati del pool anticorruzione di Roma, punta ora a ricostruire l’intera filiera finanziaria degli illeciti. L’attenzione è alta su una commessa da circa quattrocento milioni di euro legata a Rfi e su altri appalti informatici dove, secondo le accuse, le gare sarebbero state “pilotate” per favorire società pre-selezionate, violando in modo sistematico i principi di libera concorrenza. L’inchiesta si configura, quindi, come un vasto tentativo di fare luce su un sistema che, per anni, potrebbe aver condizionato l’assegnazione di contratti strategici per la sicurezza nazionale e le infrastrutture del Paese.




