Taranto, la banda dei bancomat fatti saltare con gli esplosivi: cinque arresti e un bottino da un milione
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Redazione Interno
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Una scia di deflagrazioni notturne, che lasciavano sportelli automonco sventrati e cassettiere svuotate, aveva cominciato a segnare il passaggio di una banda particolarmente violenta e metodica, i cui componenti, dopo due mesi di indagini, sono stati fermati dai Carabinieri. L’operazione, eseguita in diverse città del Sud Italia su mandato della Procura della Repubblica di Taranto, ha portato al fermo di cinque persone, accusate di aver sferrato una lunga serie di assalti agli sportelli bancomat utilizzando esplosivi artigianali. Il bottino complessivo, sottratto con questa tecnica distruttiva che non disdegna l’uso di una potenza tale da danneggiare interi edifici, ammonta a quasi un milione di euro, una cifra che rende l’idea della portata criminale del gruppo, il quale agiva spostandosi con rapidità anche su regioni diverse.
La tecnica della "marmotta" e i colpi a raggio regionale
Gli inquirenti, coordinati dal Procuratore Capo di Taranto, hanno ricostruito una catena di eventi delittuosi che, partendo dalla provincia ionica, si è estesa ad altre aree del Mezzogiorno, facendo luce su un modus operandi brutale e allo stesso tempo chirurgico. I presunti banditi, infatti, facevano ricorso alla cosiddetta tecnica della "marmotta", che consiste nel far detonare ordigni improvvisati direttamente contro le fessure degli sportelli o le loro componenti più vulnerabili, riuscendo così ad aprirne violentemente le cassette blindate. Alcuni di loro, cosa che ne dimostra l’audacia e la capacità organizzativa, hanno viaggiato per centinaia di chilometri per mettere a segno i propri colpi, lasciando traccia delle loro azioni non solo in Puglia e nella limitrofa area ionica della Basilicata, ma spingendosi fino in Campania e nel Lazio, in una successione di attacchi messi in campo in tempi piuttosto serrati.
L’indagine lampo e il sequestro di denaro e sostanze
L’attività investigativa, condotta dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Taranto in stretta sinergia con la Procura, ha prodotto risultati in quello che viene definito un lasso di tempo eccezionalmente breve per un caso di tale complessità. Oltre ai cinque fermi, gli uomini dell’Arma hanno infatti proceduto a una serie di perquisizioni personali e domiciliari, durante le quali è stato sequestrato del denaro contante, verosimilmente riconducibile ai furti, e una certa quantità di sostanze stupefacenti, particolare che aggiunge un ulteriore tassello al profilo degli indagati. La rapidità delle indagini, come sottolineato durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati, è frutto di un lavoro meticoloso di analisi dei filmati di sorveglianza, delle tracce investigative e della ricostruzione degli spostamenti del gruppo, il quale, nonostante l’uso di esplosivi e la violenza degli scassi, è riuscito per un periodo a mantenere un certo grado di copertura.
La violenza degli strumenti e il danno collaterale
Ciò che caratterizza questa vicenda, al di là dell’entità dei furti, è la pericolosità intrinseca del metodo scelto dai banditi, i quali, pur mirando al denaro contenuto negli sportelli, hanno agito con mezzi che esponevano a seri rischi l’incolumità pubblica. Gli ordigni esplosivi artigianali, la cui composizione e potenza sono ora al vaglio dei periti, non causano danni solo alle macchine bersaglio, ma spesso compromettono le strutture murarie degli edifici che le ospitano, generando un danno collaterale di notevole entità e un potenziale pericolo per eventuali passanti. La banda, stando alle accuse, ha mostrato di privilegiare l’efficacia del colpo rispetto a qualsiasi considerazione sulle conseguenze più ampie delle deflagrazioni, una scelta che ha inevitabilmente innalzato il livello di allarme tra le forze dell’ordine, le quali hanno concentrato gli sforzi per interrompere sul nascere questa catena di assalti.




