La guerra in Iran e lo Stretto di Hormuz chiudono i rubinetti dei fertilizzanti: rischio concreto per l’agricoltura italiana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sedici giorni di bombardamenti e di tensioni crescenti, con lo Stretto di Hormuz reso impraticabile dalle forze iraniane, stanno producendo conseguenze misurabili non solo sui mercati energetici, ma anche e soprattutto su un fronte forse meno immediato ma ugualmente strategico: quello dei fertilizzanti. L’Italia, paese trasformatore per eccellenza e fortemente dipendente dall’estero per le materie prime, si trova oggi a fare i conti con una strozzatura logistica che minaccia di avere ripercussioni a catena sull’intera filiera agroalimentare. Mentre la diplomazia europea, con l’Alta Rappresentante Kaja Kallas, ha escluso qualsiasi intervento militare diretto su richiesta degli Stati Uniti -4-8, i prezzi dei concimi, in particolare quelli azotati come l’urea, hanno già subito un’impennata a causa del blocco navale, interrompendo di fatto un flusso commerciale vitale per le campagne.

A preoccupare, e non poco, è la percentuale di prodotto che abitualmente transita da quel tratto di mare: secondo le prime stime elaborate dalle associazioni di categoria, dallo Stretto di Hormuz passa una quota significativa della produzione globale di ammoniaca e di fosfati, elementi base per la nutrizione delle colture. L’interruzione, che si somma a un quadro già complesso per le aziende agricole, arriva nel momento meno opportuno, ovvero alla vigilia delle semine primaverili e delle concimazioni di copertura per colture chiave come il grano e il pomodoro. Le rilevazioni di Coldiretti parlano di rincari che in alcune aree del paese, come la Puglia, hanno toccato punte del 30% per i fertilizzanti azotati, con l’urea passata da 50 a 70 euro al quintale in poche settimane. Un balzo che, di fatto, assottiglia i già esigui margini delle imprese agricole, costrette a produrre in un contesto di costi energetici e logistici in forte ascesa.

Il nodo, però, non è soltanto il prezzo. Le difficoltà oggettive nel reperimento della merce stanno creando un clima di incertezza che rischia di tradursi in un freno alla produzione. La dipendenza italiana, che importa circa il settanta per cento del proprio fabbisogno di concimi minerali, rende il sistema particolarmente vulnerabile a shock esterni di questa portata. Le fonti di approvvigionamento, tradizionalmente situate nell’area del Mediterraneo e del Nord Africa, non sono state inizialmente toccate dal conflitto, ma il blocco del canale rappresenta un disincentivo per gli stessi paesi esportatori, che vedono complicarsi le rotte verso i mercati di sbocco. In questo scenario, l’Europa si è già mossa nei mesi scorsi sospendendo i dazi su ammoniaca e urea per cercare di calmierare i prezzi, una misura fortemente voluta dal governo italiano e dal ministro Francesco Lollobrigida come parziale compensazione agli oneri del Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere che di fatto ha reso più costose le importazioni extra-Ue.

Oltre all’aspetto puramente agronomico, la chiusura dello Stretto sta provocando danni tangibili anche sul versante commerciale. Confagricoltura ha segnalato come navi cariche di prodotti ortofrutticoli italiani, in particolare mele destinate ai mercati del Golfo, siano ferme in rada o costrette a modificare le rotte, con disdette che fioccano dagli acquirenti sauditi ed emiratini. Il Medio Oriente rappresenta una piazza di sbocco in forte crescita per l’agroalimentare nazionale, e un’interruzione prolungata dei traffici rischierebbe di vanificare anni di penetrazione commerciale. La situazione, insomma, è duplice: da un lato l’export subisce un blocco immediato, dall’altro l’import di mezzi tecnici necessari alla produzione, come i fertilizzanti, vede lievitare i costi e ridursi la disponibilità. Un meccanismo a tenaglia che, secondo le rilevazioni di Copagri, potrebbe addirittura riportare l’Europa a una maggiore dipendenza da fornitori come Russia e Bielorussia, proprio mentre si cercava di diversificare le fonti di approvvigionamento.

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