“Rosa elettrica”, la fuga in Mustang di Maria Chiara Giannetta tra insicurezze generazionali e zone grigie della giustizia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si chiama Rosa Valero, ma per tutti è semplicemente “Rosa elettrica”: un nomignolo che ne sintetizza la carica esplosiva e l’imprevedibilità, qualità che emergono solo quando la giovane agente del programma protezione testimoni si trova con le spalle al muro. La serie tv Sky Original – prodotta da Sky Studios e Cross Productions, in arrivo dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming su Now – non è però il classico thriller urlato. È piuttosto un road movie crime che attraversa l’Italia, mescolando adrenalina e introspezione, grazie a una scrittura che sceglie di mettere in scena fragilità più che infallibilità. Maria Chiara Giannetta, l’interprete che abbiamo imparato a conoscere in “Blanca”, indossa qui i panni di un’eroina per caso, incaricata di scortare Cocìss, un baby boss della camorra pentito interpretato da Francesco Di Napoli. Un incontro – e uno scontro – obbligato che sancisce l’inizio di una fuga senza regole attraverso l’Italia, dal caos di Napoli alle strade polverose dell’Emilia, con la sola complicità di una Ford Mustang del ’73.
L’antieroina e il paradosso di una generazione che si nasconde dietro un’armatura
A differenza dei classici paladini della giustizia televisiva, Rosa non è una super poliziotta né una combattente nata; anzi, nelle prime battute appare insicura, tentennante e a tratti goffa, quasi fosse spiazzata da un ruolo – quello dell’autorità – che sente più come una responsabilità schiacciante che come una vocazione. La stessa Giannetta, durante la presentazione della serie, ha spiegato come questo personaggio rappresenti una certa generazione di trentenni: persone che ostentano una maschera di sicurezza fintanto che la situazione rimane sotto controllo, ma che dietro quella corazza nascondono un’insicurezza enorme, una paura di non essere mai abbastanza preparate per le scelte decisive. «La nostra generazione finge di essere sicura, ma dietro la maschera c’è un’insicurezza enorme e ci tenevo a darle voce attraverso un personaggio più umano che eroico» ha dichiarato l’attrice, spiegando la genesi di un’interpretazione che rinuncia deliberatamente alla perfezione per abbracciare l’errore umano.
Una serie “slow food” che rompe la catena di comando
La produzione, definita dagli stessi realizzatori una sorta di “serie slow food”, si ritaglia uno spazio fuori dai canoni abituali grazie a un ritmo che alterna momenti serrati d’azione a lunghe soste psicologiche, dove i due protagonisti – la poliziotta e il giovane criminale – imparano a fidarsi l’uno dell’altro nonostante le rispettive diffidenze iniziali. Il regista Davide Marengo ha raccontato di aver voluto una macchina da presa sempre vicina ai volti dei protagonisti, quasi a voler restituire allo spettatore l’ansia tangibile della fuga, il caldo, la polvere che il camion solleva quando si smonta il set per spostarsi in una nuova location. Quel realismo “sporco” – che Giannetta definisce fondamentale per restituire la tensione autentica della storia – emerge anche nelle scelte narrative più rischiose, come la decisione di Rosa di rompere la catena di comando quando capisce che qualcosa nell’operazione di protezione non torna. A quel punto, l’agente si trova a dover disobbedire ai superiori per salvare sé stessa e il suo protetto, entrando in un labirinto di zone grigie dove non esistono cattivi assoluti né buoni integerrimi.
Zona grigia, camorra e lo specchio di una modernità complessa
Proprio questa ambiguità morale costituisce il tratto più distintivo della narrazione: lontana dalle rappresentazioni manichee della cronaca nera più urlata, “Rosa elettrica” sceglie di mostrare le contraddizioni interne a una Procura fatta di compromessi, lealtà opache e scelte che non trovano mai una risposta univoca. «Non esistono cattivi e buoni nelle Procure, ma molte zone grigie. La lotta alla mafia esiste, è solo ‘oscurata’ in tv dalla cronaca nera» ha osservato Giannetta, sottolineando come la serie aspiri a raccontare i meccanismi reali della giustizia – con le sue falle e i suoi silenzi – piuttosto che proporre l’ennesimo stereotipo di giustizieri solitari. Francesco Di Napoli, dal canto suo, ha rimarcato la difficoltà di rendere empatico un personaggio come Cocìss, figlio di boss cresciuto in contesti estremi, senza cadere nella trappola della fascinazione del cattivo. L’unica strada possibile, secondo l’attore, è stata quella di tirare fuori l’umanità del ragazzo, mostrandone le fragilità infantili e la confusione di un diciottenne che si trova a collaborare con la giustizia più per istinto di sopravvivenza che per matura consapevolezza. Un percorso di crescita reciproca che finisce per avvicinare due mondi – quello della legge e quello della criminalità – nella loro comune ricerca di una via d’uscita.




