Michele Criscitiello e l’appello a Gattuso: “Sei la nostra unica speranza” nella vigilia della finale playoff

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La tensione, quella vera, quella che si respira negli spogliatoi quando il sogno mondiale rischia di infrangersi contro il muro della realtà, ha avuto ieri un interprete d’eccezione nella voce di Michele Criscitiello. Il giornalista di Sportitalia, nel suo editoriale, ha voluto consegnare un messaggio senza ambiguità a Rino Gattuso, il commissario tecnico a cui l’Italia ha affidato le proprie sorti in vista della sfida decisiva di domani contro la Bosnia-Erzegovina. “Bisogna stare attenti – ha esordito Criscitiello – e Gattuso è la nostra unica salvezza”, un’affermazione che nella sua radicalità fotografa il clima di attesa spasmodica che circonda la gara dello Stadion Bilino Polje di Zenica, dove gli azzurri cercheranno di porre fine a un digiuno mondiale che dura ormai da dodici anni.

La retorica della “grinta” e del “sangue agli occhi”, evocata dal giornalista, non è mai stata così calzante per un tecnico che, come pochi altri, ha costruito la propria carriera sull’agonismo e sulla cattiveria sportiva. Criscitiello ha voluto ricordare anche il versante più umano del calabrese, citando l’amore per la moglie Monica Romano e i figli Gabriela e Francesco, quasi a sottolineare come quella partita rappresenti un crocevia non solo professionale, ma esistenziale per un uomo che ha preso in mano una Nazionale reduce dal 2-0 sull’Irlanda del Nord. Un risultato, quest’ultimo, che ha restituito un po’ di fiducia ma che, nelle analisi del giornalista, non basta a cancellare la distanza tecnica – incolmabile secondo molti – rispetto a quella squadra campione d’Europa che l’11 luglio 2021, a Wembley, toccò l’apice della gloria sotto la guida del duo Mancini-Vialli. Sembra un ricordo lontano, eppure per i tifosi più giovani rappresenta l’unico riferimento recente di un’Italia capace di competere ai massimi livelli.

L’eredità di Wembley e la domenica delle Palme: coincidenze e simbolismi

La data di domani, casualmente o meno, cade nel cuore di quella che i fedeli cristiani definiscono la settimana santa, iniziata ufficialmente con la Domenica delle Palme. Un periodo liturgico – quello che precede la Pasqua – dedicato alla memoria della passione, morte e risurrezione, e che il calendario delle qualificazioni ha voluto sovrapporre a un’altra possibile resurrezione, quella sportiva, per una Nazionale che negli ultimi anni ha attraversato il deserto. Criscitiello, nel suo intervento, ha voluto sottolineare questa coincidenza temporale quasi come un segno del destino, laddove Gattuso è chiamato a compiere il miracolo di riportare l’Italia là dove merita di stare, ovvero tra le grandi del calcio mondiale che il prossimo anno si sfideranno negli Stati Uniti, in Messico e in Canada.

La partita con la Bosnia, però, arriva dopo un percorso netto contro l’Irlanda del Nord, ma anche dopo le critiche feroci piovute sulla qualità del gioco espresso. La sensazione, condivisa da molti addetti ai lavori, è che la vittoria per 2 a 0 sia stata incoraggiante ma non risolutiva, perché il gap tecnico rispetto ad altre selezioni europee continua a essere evidente. Il ricordo dell’imbattibilità record che accompagnò la spedizione di Wembley, con quella difesa blindata e un centrocampo capace di dominare il possesso palla, sembra appartenere a un’era geologica, anche se cronologicamente sono passati meno di cinque anni. Oggi l’Italia di Gattuso cerca un’identità diversa, fatta di compattezza e di quella “cattiveria agonistica” che il tecnico stesso ha invocato alla vigilia, quando ha spiegato ai suoi che le partite che non si possono sbagliare si vincono con la sostanza, non solo con la tecnica.

L’arbitro Turpin e i fantasmi della Macedonia

A complicare ulteriormente il quadro psicologico della vigilia, c’è un nome che aleggia minaccioso sulle teste dei giocatori azzurri: quello di Clément Turpin. Il fischietto francese è stato designato per dirigere la finale di Zenica, e il suo nome riporta alla mente una delle pagine più buie della storia recente del calcio italiano. Fu proprio Turpin, infatti, a dirigere quella tragica notte di Palermo contro la Macedonia del Nord, quando un gol allo scadere condannò l’Italia all’ennesima eliminazione dai playoff mondiali, sancendo il secondo fallimento consecutivo. Un precedente che pesa come un macigno, sebbene il contesto sia diverso: allora si giocava in casa, ora ci si aspetta un ambiente ostile a Zenica, con lo Stadion Bilino Polje reso ancora più caldo dalla presenza di ottomila spettatori, numero già ridotto per le sanzioni Uefa, ma sufficiente a creare una bolgia infernale.

Gattuso, che in questi mesi ha lavorato per ricostruire l’autostima di un gruppo ferito, ha cercato di minimizzare l’impatto di queste variabili esterne. Alla vigilia, parlando con i giornalisti, ha ribadito che “chi gioca a calcio vive per notti di questo tipo”, e che preoccuparsi del campo di gioco o delle polemiche arbitrali è “da deboli”. Il ct ha elogiato il collega Sergej Barbarez, definendolo un “grande giocatore di poker” e un allenatore preparato, capace di entrare nell’animo dei suoi calciatori, ma ha anche voluto chiarire che la sua squadra ha margini di miglioramento notevoli rispetto ai sette mesi fa, quando gli avversari arrivavano in porta con troppa facilità. Una crescita, quella della Nazionale, che passa anche attraverso scelte tattiche meditate, come l’impiego di Locatelli – giudicato positivo dal tecnico – e il ballottaggio in attacco tra Retegui e Pio Esposito, con Kean ormai inamovibile.

Il giudizio di Criscitiello e la “barca affondata” presa in eredità

L’editoriale di Criscitiello, nel panorama mediatico della vigilia, si distingue per un tono che oscilla tra l’appello accorato e la denuncia di un sistema malato. Il giornalista ha infatti parlato di “barca affondata”, di una situazione ereditata da Gattuso che nessuno, prima di lui, era riuscito a raddrizzare. Un concetto, questo, che trova eco nelle parole del ct stesso, il quale ha ammesso che “sette mesi fa non eravamo questi” e che la squadra ha dovuto costruire la solidità perduta passo dopo passo, soffrendo e imparando a tenere il campo. La fede di Criscitiello in Gattuso, definito “l’unica salvezza”, è quindi una fede nella capacità dell’uomo di trasmettere quella rabbia e quella furbizia che, paradossalmente, sono venute a mancare a una generazione di calciatori forse troppo abituata a considerare la maglia azzurra un peso e non un onore.

La vittoria dell’Europeo, come noto, ha lasciato il segno, ma secondo alcuni osservatori ha anche creato un’illusione ottica. Il sistema calcio italiano, che negli ultimi anni ha visto ridursi drasticamente il numero di giovani italiani impiegati nei club di vertice, paga oggi il conto di un ricambio generazionale che non è mai davvero avvenuto. Gattuso, in questo senso, si trova a fare i conti con una realtà complessa: una Nazionale che non ha più i campioni di un tempo, ma che deve comunque lottare per un posto al Mondiale, quello del 2026, che si giocherà in Nord America. La sfida di domani è l’ultimo atto di un percorso iniziato mesi fa con l’obiettivo di cancellare l’onta di due mancate qualificazioni consecutive, un’onta che nessun ct, prima di lui, era riuscito a evitare.

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