San Antonio torna avanti, Minnesota travolta. Addio a Jason Collins, il pioniere che sfidò il cancro e i tabù

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Redazione Sport Redazione Sport   -   È bastato un tempo, e mezzo, per riportare la serie sui binari che le erano propri prima dello scivolone di gara 4. I San Antonio Spurs, ritrovato Wembanyama dopo la paura di una squalifica che non c’è stata, hanno letteralmente annichilito i Minnesota Timberwolves nel quint’atto, imponendosi con un eloquente 126-97 che vale il 3-2 nella contesa. L’intervallo lungo aveva già consegnato agli ospiti un passivo di dodici punti (59-47), un margine che sembrava scontato ma non definitivo, tanto che la ripresa è iniziata con un immediato controbreak dei Wolves, capaci di agganciare il punteggio sul 61. Da quel momento, però, è accaduto qualcosa di raro anche per gli standard dei playoff: un parziale di 65-36 che ha trasformato la partita in un monologo, sino al meno ventinove finale, uno degli scarti più larghi che la memoria recente della post-season ricordi.

La notte dei sei in doppia cifra e del fenomeno francese

A trascinare i texani ci ha pensato un collettivo perfettamente oleato, con ben sei giocatori in doppia cifra. Tra questi spicca ovviamente Victor Wembanyama, il cui rientro – dopo l’espulsione rimediata in gara 4 – si è trasformato in una prestazione da 27 punti, conditi da 15 rimbalzi e tre stoppate che hanno chiuso ogni via d’accesso al canestro per gli avversari. Al suo fianco, Keldon Johnson ha messo a referto 21 punti, dimostrando come l’assenza di certezze assolute (nessuno può davvero sapere, in queste fasi, chi prenderà in mano la responsabilità offensiva) si sia rivelata un’arma più che un limite. Minnesota, dal canto suo, ha subìto la pressione difensiva e la velocità di esecuzione di una squadra che, quando non sbaglia l’approccio, diventa semplicemente ingiocabile.

L’addio a Jason Collins, il gigante che abbatté un muro nel 2013

Mentre il parquet di San Antonio festeggiava, il mondo della Nba ha dovuto incassare un lutto ben più pesante di qualsiasi sconfitta. Se n’è andato a 47 anni Jason Collins, figura che pochi ricordano solo per i numeri (tredici stagioni tra New Jersey, Memphis, Minnesota, Atlanta e Boston, concluse nel 2014) ma che tutti ricordano per un gesto epocale. Nel 2013, quando ancora indossava l’uniforme dei Wizards, diventò il primo atleta in attività nelle quattro grandi leghe professionistiche americane a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità. Un annuncio, quello, che non fu solo personale: ebbe un’eco tale da ricevere il plauso persino del presidente Barack Obama, e spalancò un varco in un ambiente storicamente maschilista e refrattario a certi discorsi.

«Non ho paura, ho giocato contro Shaq»: la lotta contro il tumore al cervello

La sua ultima, drammatica partita, però, non si è giocata sul parquet ma in un letto d’ospedale. Lo scorso dicembre gli era stato diagnosticato un cancro al cervello, una notizia che avrebbe piegato chiunque. Lui, invece, l’aveva affrontata con la stessa ironica spavalderia che mostrava sotto canestro quando doveva marcare Shaquille O’Neal: «Non ho paura, ho giocato contro Shaq», disse allora. Pochi mesi dopo, in un’intervista a Espn, arrivò la conferma delle sue condizioni: «Il mio cancro non è operabile, la prognosi media va da sei settimane a tre mesi di vita. Se questo è il tempo che mi resta, lo userò per testare cure che un giorno potrebbero diventare uno standard». Non c’è stato nulla da testare, alla fine, e la morte è arrivata nella giornata di martedì. Ma il modo in cui ha scelto di vivere quei mesi – senza autocommiserazione, anzi offrendosi come cavia per la ricerca – è forse il suo ultimo, autentico atto di coraggio.

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