Mrs Playmen, su Netflix la storia di Adelina Tattilo che sfidò i tabù
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando, nell'ottobre del 1970, il Piper Club di Roma ospitò la festa per il lancio di Playmen, pochi avrebbero potuto immaginare che quella rivista, la prima di carattere erotico concepita in Italia, sarebbe divenuta il simbolo di una piccola ma significativa rivoluzione dei costumi. A idearla, in un'epoca culturalmente complessa e percorsa da tensioni sociali, fu Adelina Tattilo, una donna il cui percorso personale e professionale, da moglie e madre a editrice e imprenditrice, costituisce il fulcro narrativo della serie "Mrs Playmen", ora disponibile sulla piattaforma Netflix. La sua parabola, articolata in sette episodi e presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, delinea la metamorfosi di una figura che osò sfidare i precetti di un'Italia perbenista e le severe leggi sulla Buoncostume, imponendosi in un settore, quello dell'erotismo, che fino a quel momento era stato un dominio esclusivamente maschile.
Un'eroina inaspettata nell'Italia del boom
La serie, che evita volutamente qualsiasi tratto sordido o volgare, sceglie di raccontare questa vicenda con un'estetica raffinata, lontana dalle edicole di periferia e dalle copertine nascoste dentro i quotidiani, restituendo piuttosto la complessità di un'impresa editoriale che, pur tra polemiche e censure, ambiva a un proprio spazio di legittimità. Adelina Tattilo, originaria di Manfredonia, non fu semplicemente la compagna del fondatore; ne assunse progressivamente il controllo, guidando con determinazione un progetto che, se da un lato mostrava corpi e parlava di sessualità, dall'altro rappresentava per molti una forma di emancipazione da ipocrisie secolari. La sua storia, pertanto, non è solo una cronaca di carta patinata e scandali, ma la traiettoria di una pioniera che seppe ritagliarsi un ruolo inedito, trasformando se stessa e, in una certa misura, influenzando i costumi di un'intera generazione.
Oltre il melò, il ritratto di un'imprenditrice
Sebbene la produzione televisiva tenda a costruire attorno alla sua figura un'aura da eroina melodrammatica, la realtà dei fatti suggerisce un profilo più asciutto e determinato, paragonabile a quello di una Miranda Priestley del mondo proibito. In un panorama dove ai tavoli decisionali sedevano quasi esclusivamente uomini, lei riuscì a costruire un'impero editoriale, gestendo non solo la linea visiva e i contenuti della rivista, ma affrontando anche battaglie legali e giudiziarie, delle quali la serie fornisce un resoconto essenziale, concentrandosi sulle inchieste e sugli sviluppi processuali senza scadere in dettagli gratuiti. Il suo operato, infatti, la portò più volte a scontrarsi con l'autorità giudiziaria, in un periodo in cui i confini tra libertà di espressione e oscenità erano quanto mai labili e oggetto di aspre contese.
L'eredità di un simbolo
La narrazione, evitando di concludersi con giudizi di valore o speculazioni sul futuro, si limita a descrivere l'ascesa e la consolidazione di un mito dell'editoria "intellò-sporcacciona", come qualcuno l'ha definita, sottolineando come la sua influenza abbia superato i confini della semplice rivista per diventare un fenomeno culturale. La sua capacità di anticipare i tempi, portando in Italia un prodotto come Playmen, non fu solo un atto di coraggio commerciale, ma un tentativo di aprire un dibattito su temi considerati allora tabù, contribuendo a scalfire quel muro di silenzio e pregiudizio che circondava la sfera privata degli italiani. La serie, in definitiva, tratteggia il ritratto di una donna che, attraverso le sue scelte imprenditoriali, ha incarnato uno spirito di rottura e di autonomia, lasciando un segno indelebile nella storia sociale del paese.




