Italia a capo del fronte anti-Ets, ma l’Ue si spacca sul futuro del mercato del carbonio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Bruxelles. Inutile girarci intorno, la posizione italiana favorevole a una revisione profonda – se non a una sospensione temporanea – del sistema Ets, il mercato europeo dei certificati di inquinamento, è uscita dal vertice dei Ventisette con le ossa rotte. E questo nonostante Roma avesse cercato di costruire una coalizione solida, raccogliendo intorno a sé un gruppo di paesi, molti dei quali dell’Est europeo, ugualmente preoccupati dall’incidenza di quel meccanismo – nato per scoraggiare le fonti fossili e incentivare le rinnovabili – sui costi dell’energia e sulla competitività industriale.

La battaglia, combattuta a colpi di lettere e non paper nei giorni precedenti il Consiglio europeo del 19 marzo, ha messo in luce una spaccatura verticale. Da un lato, l’Italia insieme ad Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Bulgaria – dieci paesi in totale – ha sottoscritto un appello in cui si definisce l’attuale percorso del sistema di scambio un “rischio esistenziale” per interi comparti industriali. La loro richiesta, formalizzata in una lettera ai vertici Ue, è chiara: prolungare le quote gratuite di emissione oltre il 2034, rendere più graduale il loro progressivo smantellamento a partire dal 2028 e, soprattutto, accelerare i tempi di una revisione che la Commissione aveva fissato per l’estate, chiedendola invece entro la fine di maggio. Dall’altro lato, un fronte altrettanto compatto di otto nazioni – tra cui Spagna, Portogallo, Danimarca, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Slovenia – ha respinto al mittente qualsiasi tentativo di indebolire quello che definiscono “la pietra angolare” della politica climatica europea.

Il corto circuito tra emergenza geopolitica e transizione verde

Sul tavolo, a complicare ulteriormente il quadro, c’è la nuova ondata di rincari energetici scatenata dalla crisi in Medio Oriente, con il blocco dello Stretto di Hormuz che ha fatto schizzare il prezzo del petrolio e del gas. In questo contesto, la richiesta italiana – sostenuta in particolare dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, che aveva parlato di “sospensione” del sistema – è sembrata a molti una misura emergenziale per alleggerire le bollette delle imprese energivore. Ma è proprio su questo punto che si è giocata la partita. Per i paesi del Nord Europa e per la Penisola Iberica, indebolire l’Ets significherebbe restare prigionieri dei combustibili fossili, quando invece la strada per uscire dalla trappola geopolitica dei rincari passa per le rinnovabili. La Spagna, insieme al Portogallo, ha saputo trasformare una storica vulnerabilità energetica in un punto di forza proprio grazie a investimenti decennali in quella direzione; oggi, quei due paesi firmano contro ogni dilazione italiana dalla posizione di forza che si sono conquistati.

Anche la Germania, pur riconoscendo le pressioni sulla propria industria, ha preso le distanze dalle tesi più radicali. Berlino, per bocca del ministro dell’Ambiente Carsten Schneider, ha ribadito che il sistema Ets è “efficace e flessibile”, richiedendo al massimo “lievi modifiche”. Una posizione, questa, che colloca la Francia e la stessa Commissione europea su un crinale di mediazione difficile: Ursula von der Leyen, da una parte, ha aperto alla possibilità di una “traiettoria di decarbonizzazione più realistica” dopo il 2030, ma dall’altra ha ribadito in più occasioni che il meccanismo rimane “essenziale” per la transizione industriale.

Una sconfitta annunciata e la geografia della resistenza ambientale

C’era un tempo – nemmeno così lontano – quando la geografia della resistenza ambientale europea aveva una topografia inconfondibile. Allora erano il Meridione, i paesi con deficit energetici cronici e vincoli infrastrutturali a reclamare simultaneamente moratorie, dilazioni, la legittima insofferenza di chi non poteva permettersi il costo della purezza nordica. Oggi, però, l’asse si è spostato. A difendere il pilastro dell’Ets non ci sono solo i tradizionali paesi del Nord, ma anche quelle nazioni del Sud che hanno scelto di investire pesantemente nella transizione, dimostrando che la decarbonizzazione può essere una leva di competitività e non solo un costo.

Per l’Italia, l’esito del vertice rappresenta un netto arretramento. Il tentativo di guidare un fronte per strappare correttivi strutturali al meccanismo si è scontrato con la volontà di una maggioranza eterogenea ma determinata a preservare lo strumento. E se è vero che la discussione sull’estensione delle quote gratuite rimane aperta – con la Commissione che dovrà presentare una proposta di revisione entro l’estate –, è altrettanto vero che l’idea di una sospensione o di un ripensamento radicale dell’architettura del sistema è stata definitivamente accantonata. La partita, ora, si sposta sulla capacità di Bruxelles di coniugare la rigidità degli obiettivi climatici con la flessibilità necessaria ad accompagnare le industrie più esposte, senza però che questo si trasformi in un passo indietro sull’intero impianto del Green Deal.

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