Confindustria, ultima chiamata per la riforma Ets: dieci proposte per un sistema equo
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Redazione Economia
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Bruxelles suona la sveglia, ma è una sveglia che qualcuno, a quanto pare, ha già rimandato troppe volte. L’industria italiana, rappresentata dal vicepresidente per l’Energia Aurelio Regina e dai vertici di Federacciai e Assocarta, ha lanciato quella che definisce senza mezzi termini un “grido d’allarme” in vista della discussione sulla revisione del sistema Ets, il meccanismo che regola il mercato delle quote di emissione di CO₂.
Se non si interverrà ora con una “revisione profonda”, avvertono gli industriali, il rischio concreto non è solo una perdita di competitività, ma una vera e propria deindustrializzazione del continente; si tratta, per usare le loro parole, di una situazione in cui per molti settori l’alternativa è “morire o buttarsi in un burrone”.
Un meccanismo sotto stress tra geopolitica e costi insostenibili
La resa dei conti sul futuro del mercato del carbonio è ormai alle porte, con l’esecutivo europeo pronto a discutere i nuovi parametri. Quello che Confindustria sottolinea con forza è un paradosso di fondo: nessuno mette in discussione l’obiettivo della decarbonizzazione, ma l’attuale architettura dell’Ets – con il prezzo della CO₂ schizzato dagli 80 euro a tonnellata di oggi rispetto ai 6-7 euro del 2017 – rischia di trasformare la transizione ecologica in un lusso insostenibile per il comparto manifatturiero.
In un contesto internazionale segnato dalle tensioni commerciali, dove “le merci cinesi stanno invadendo l’Europa”, la preoccupazione è che il costo della carbon tax finisca per penalizzare proprio i settori più virtuosi, quelli che hanno già investito capitali ingenti per ridurre le proprie emissioni.
Il pacchetto delle dieci proposte per evitare il baratro
Per scongiurare questo scenario, l’associazione ha messo sul tavolo un pacchetto articolato che mira a correggere le storture più evidenti del sistema. Tra le richieste principali, spicca lo stop alla riduzione delle quote gratuite per i settori energivori – almeno fino a quando “lo scenario geopolitico” non si sarà stabilizzato – e la revisione al ribasso dei cosiddetti benchmark, ovvero i parametri che determinano l’assegnazione di queste agevolazioni.
Attualmente fissati al 10% degli impianti più efficienti, Confindustria chiede di portarli almeno al 30%, o idealmente al 50%, per evitare che il confronto avvenga tra realtà energetiche nazionali completamente diverse tra loro. Viene inoltre proposta l’esclusione degli operatori puramente finanziari dalle aste, per limitare quella che viene percepita come una pericolosa finanziarizzazione del mercato delle emissioni.
Le istanze su Ets Marittimo e Ets 2
L’offensiva di Bruxelles non si ferma ai settori tradizionalmente ad alta intensità energetica, ma si estende alle nuove frontiere del mercato del carbonio. Un altro fronte caldo è quello dell’Ets marittimo: Confindustria chiede un blocco temporaneo dell’applicazione del meccanismo al traffico navale, poiché il timore è che questo finisca per penalizzare la competitività dei porti italiani, soprattutto in una fase in cui i carburanti alternativi non sono ancora disponibili a prezzi competitivi.
Analogamente, viene richiesto un ulteriore rinvio dell’Ets 2, il sistema che a partire dal prossimo anno dovrebbe estendere il mercato delle quote ai trasporti su strada e agli edifici; un’estensione che, secondo gli industriali, rischierebbe di avere un impatto insostenibile sulle bollette di piccole imprese e famiglie. L’appuntamento con la bozza di riforma è per metà luglio, ma per Regina il momento di agire è adesso: “Tra dieci anni ci sarà poco su cui rimettere le mani”.




