Il sistema Ets, la spada di Damocle sull’isola e la controffensiva di von der Leyen ad Alden Biesen
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Redazione Economia
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Il grido d’allarme di Diego Bivona, presidente di Confindustria Sicilia, non è una semplice rimostranza territoriale, bensì la spia rossa di un meccanismo che, nato per accompagnare la transizione ecologica, rischia di affondare proprio chi quella transizione dovrebbe finanziarla. Davanti alla voragine che si allarga – sono parole sue – tra gli obblighi del clean industrial deal e la capacità reale delle filiere produttive di sostenerne l’impatto, Bivona ha chiesto un blocco immediato e complessivo delle tasse Ets e Ets marittimo -1-5. Per un’isola, e la Sicilia lo dimostra con i numeri, il costo dell’insularità – stimato in oltre sei miliardi – si somma a quello del meccanismo europeo di scambio delle quote di emissione, producendo un effetto moltiplicatore che, lungi dall’accelerare la decarbonizzazione, si trasforma in un freno a mano tirato sulla competitività. Il polo siracusano, dal primo gennaio di quest’anno, deve già fare i conti con un’ulteriore riduzione delle free allowance pari al venti per cento, che si tradurrà in un esborso aggiuntivo compreso tra i sessanta e gli ottanta milioni di euro l’anno -1-5. E non è tutto, perché sul versante marittimo si affaccia lo spettro del modal backshift: il ritorno al trasporto su gomma, con buona pace degli obiettivi climatici e della congestione infrastrutturale.
La strategia di Viale dell’Astronomia e il pressing sul governo
La posizione della Sicilia non è un caso isolato, ma il fronte avanzato di una strategia che Emanuele Orsini, alla guida di Confindustria nazionale, ha rilanciato con forza in occasione del ritiro informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, riunitisi nel castello belga di Alden Biesen per discutere esattamente di competitività -2-6. Orsini è stato netto: occorre sospendere temporaneamente l’intero impianto Ets per il manifatturiero, la produzione termoelettrica a gas, il trasporto marittimo, gli edifici e la mobilità; un pacchetto ampio che, nelle intenzioni di Confindustria, dovrebbe scongiurare l’aggravarsi del peso dell’energia su imprese e famiglie. La critica, qui, non si limita all’entità del costo, ma contesta la natura stessa dello strumento, ormai degenerato – a detta del presidente degli industriali – in un veicolo di speculazione finanziaria svincolato dalla tutela ambientale -2-9. L’oggettività dei fatti, hanno ribadito da Viale dell’Astronomia, mostra un sistema squilibrato che grava sulla capacità competitiva mentre le emissioni globali, spinte da economie come quella cinese, continuano a crescere -6.
Il muro di von der Leyen e la difesa dei risultati
Eppure, nella sala del vertice, la richiesta italiana di smantellare – o quantomeno sospendere – il sistema non è passata. Ursula von der Leyen ha opposto una difesa rigorosa, quasi didascalica, dell’Ets. La presidente della Commissione ha ricordato ai leader che dal 2005, anno di introduzione del meccanismo, le emissioni nei settori coperti sono calate del trentanove per cento, mentre l’economia di quei medesimi settori è cresciuta del settantuno per cento -4-10. Una correlazione, quella tra decarbonizzazione e crescita, che von der Leyen ha definito non solo possibile, ma già storicamente documentata. E poi i numeri delle casse: duecentosessanta miliardi di euro di ricavi generati dai permessi, di cui oltre il settantotto per cento è finito direttamente nelle casse degli Stati membri, i quali – e qui la stoccata è tutt’altro che velata – non li hanno reinvestiti nella transizione pulita con la stessa virtuosità della quota europea convogliata nell’Innovation Fund -4-10. Von der Leyen ha scaricato la patata bollente sui governi nazionali: sono loro, ha suggerito, che dovrebbero canalizzare maggiori risorse verso l’industria, senza chiedere alla Commissione di demolire l’architettura normativa che ha reso l’Europa leader nelle tecnologie pulite.
La sponda politica e l’asse Roma-Berlino (con i suoi doppi binari)
Sul fronte politico interno, la battaglia di Confindustria ha trovato immediata sponda in Fratelli d’Italia. La senatrice Simona Petrucci ha definito la posizione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, una presa di posizione coraggiosa capace di riportare il buonsenso in Europa -3. L’Ets, secondo la lettura della maggioranza, si è trasformato in un dogma ideologico, un moltiplicatore di costi aggravato da dinamiche speculative che nulla hanno a che fare con la transizione ecologica. Meloni, arrivata ad Alden Biesen, ha puntato il dito contro la burocrazia europea – rea di aver ampiamente superato il proprio mandato – e ha ribadito che la prossima settimana porterà in Consiglio dei ministri una misura articolata per abbattere i prezzi dell’energia -7. Una mossa che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe anticipare e sostenere la richiesta di una revisione profonda del mercato delle emissioni. Ma se l’Italia chiede flessibilità, c’è chi in Europa quella flessibilità la ottiene con modalità differenti. Mentre si invocano sacrifici per i poli industriali periferici, il sistema tedesco – in affanno – sembra poter contare su un trattamento di favore: la stessa Commissione valuterebbe uno slittamento del calendario di eliminazione delle quote gratuite per non aggravare la crisi del manifatturiero tedesco -8. Un doppio binario, quello tra Paesi centrali e periferici, che riapre la questione antica dell’equità competitiva dentro i confini dell’Unione.




