Meloni alla riscossa Ue sugli Ets, ma otto paesi frenano: "Non si tocchi il mercato del carbonio"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha acceso i riflettori sulla necessità di un intervento urgente in materia di costo dell'energia, portando all'attenzione del gruppo di lavoro informale sulla competitività europea – riunitosi in videoconferenza con i leader di Germania, Belgio e una ventina di altri stati membri – la proposta di sospendere temporaneamente il meccanismo Ets, acronimo di Emission Trading System, per la produzione di energia termoelettrica. Un'iniziativa, quella della premier, che mira a ottenere un immediato alleggerimento della pressione sui prezzi delle bollette, gravati dall'attuale conflitto in Medio Oriente; la richiesta, infatti, è quella di uno stop provvisorio del sistema di scambio di quote di CO2 in attesa di una revisione più ampia e strutturale dell’intero impianto normativo, che includa anche una riflessione sulle quote gratuite e sulla volatilità delle tariffe.

Nel dettaglio del dibattito che infiamma gli uffici di Bruxelles, tuttavia, emerge una spaccatura netta tra i Ventisette: otto paesi membri, tra cui figurano Spagna, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia, hanno infatti sottoscritto un non-paper di netta contrarietà all'ipotesi di congelare il mercato del carbonio. Per questi governi, come si legge nel documento informale stilato in vista del Consiglio europeo del 19 marzo, l'Ets rappresenta "la pietra angolare della politica climatica europea" e qualsiasi tentativo di sospenderlo costituirebbe "un preoccupante passo indietro" non solo per l'ambizione ambientale, ma anche per la certezza degli investimenti già effettuati dalle industrie nella decarbonizzazione. Il timore, espresso chiaramente nel testo, è che un segnale di prezzo del carbonio più debole finisca per penalizzare proprio quelle aziende virtuose che hanno innovato i propri processi produttivi, creando di fatto una disparità competitiva a favore di chi è rimasto indietro.

Parallelamente all'iniziativa dell'esecutivo guidato da Meloni, si registrano le dichiarazioni di Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d'Italia e co-presidente del gruppo Ecr, il quale ha definito il meccanismo Ets come "anacronistico" e "due volte dannoso" per il sistema produttivo continentale. Intervenuto a margine dei lavori dell'Eurocamera, Procaccini ha sottolineato come questo sistema, di fatto, si configuri come una tassa sulla produzione europea, costringendo i produttori locali ad acquistare crediti dai loro stessi concorrenti extra-Ue, i quali possono così invadere il mercato con prezzi più bassi, vanificando al contempo qualsiasi beneficio ambientale globale dato che l'Unione contribuisce a meno del 7% delle emissioni totali. La sua analisi si spinge oltre, toccando il tema caldo della sovranità energetica: per Procaccini, l'unica via percorribile per uscire dall'impasse è quella di rendersi quanto più possibile indipendenti, sfruttando tutte le fonti a disposizione, dagli idrocarburi alle rinnovabili, passando per il nucleare, e criticando quella che definisce una sinistra ambientalista rea, a suo dire, di creare cortocircuiti ideologici fra il no alle fossili e il blocco alle autorizzazioni per il verde.

Sul fronte opposto, fa da contraltare la posizione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la quale, pur riconoscendo la necessità di modernizzare il mercato dei permessi di carbonio, ne ha ribadito con forza l'importanza strategica, arrivando a dichiarare che senza di esso l'Europa consumerebbe cento miliardi di metri cubi di gas in più. Un delicato equilibrio, quello della politica tedesca, che deve destreggiarsi tra l'ala più intransigente del fronte ecologista – rappresentata dagli otto paesi firmatari del non-paper – e le istanze di quegli stati membri, come l'Italia e la Polonia, che premono per una revisione sostanziale, se non per una sospensione, del meccanismo Ets. A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la procedura d'infrazione avviata dalla Commissione proprio nei confronti di diciannove paesi, Italia inclusa, per il mancato adeguamento in materia di edilizia verde, a testimonianza di una tensione latente che vede l'elemento ambientale e quello economico sempre più in rotta di collisione.

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