Stretto di Hormuz, l’Iran dice no alla mediazione dell’Oman e rivendica il controllo totale delle rotte
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Redazione Esteri
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La mediazione dell’Oman per trovare una via d’uscita dalla crisi nello Stretto di Hormuz si è infranta contro il muro di Teheran. La Repubblica Islamica ha respinto la proposta, sostenuta dagli altri Paesi del Golfo, che prevedeva una gestione regionale congiunta del passaggio marittimo e l’istituzione di contributi volontari da parte delle navi per i servizi di sicurezza.
Una fonte iraniana di alto livello, citata da Reuters, ha definito il piano privo di possibilità di successo, segnando un netto arretramento rispetto alle speranze di una rapida ripresa dei negoziati tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto che da mesi blocca uno dei corridoi energetici più importanti del mondo.
La proposta omanita e il modello di Malacca
Il piano presentato da Mascate nelle scorse ore, con il sostegno delle monarchie del Golfo particolarmente colpite dalla chiusura, mirava a sbloccare la situazione attraverso un meccanismo ibrido. L’iniziativa prevedeva che l’Iran potesse partecipare alla gestione dello Stretto senza tuttavia esercitarne il controllo esclusivo, raccogliendo al contempo delle somme versate su base volontaria dagli utilizzatori della rotta.
Si trattava di una compensazione economica più che di un pedaggio vero e proprio, studiata per aggirare le obiezioni degli Stati Uniti e del diritto internazionale, i quali vietano l’imposizione di dazi obbligatori su una via d’acqua internazionale. Il modello a cui l’Oman guardava era quello degli Stretti di Malacca e Singapore, dove Indonesia, Malesia e Singapore chiedono contributi volontari per finanziare la manutenzione dei fari, la protezione ambientale e le operazioni di ricerca e soccorso, senza però condizionare il diritto di transito al pagamento.
Il no di Teheran e la controproposta
La risposta iraniana, arrivata per voce del viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, ha spazzato via ogni possibilità di compromesso sulla base dell’attuale proposta. Gharibabadi ha illustrato una controffensiva diplomatica in cui l’Iran rivendica il controllo dell’intera rotta in entrata e di una parte di quella in uscita, una posizione che esclude qualsiasi divisione paritetica al 50% con l’Oman. La linea è dura e chiara: lo Stretto di Hormuz non tornerà mai alla situazione prebellica, quando le navi potevano transitare senza interferenze.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre accusato Stati Uniti e Arabia Saudita di fare pressione sull’Oman per portare avanti quelli che ha definito "piani irrealistici", ribadendo che la gestione del traffico marittimo è un indicatore cruciale per valutare il successo di Teheran nel conflitto in corso.
La risposta militare e la minaccia diretta
Il rifiuto sul piano diplomatico è stato accompagnato da un’immediata dimostrazione di forza sul terreno. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato di aver fermato e colpito tre petroliere che, secondo la versione ufficiale, avevano ignorato gli avvertimenti e stavano percorrendo una rotta definita "pericolosa e illegale" attraverso lo Stretto.
"Nessuna imbarcazione ha il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz senza l’autorizzazione dell’Iran", ha ribadito una fonte militare all'agenzia Fars, aggiungendo che qualunque tentativo sarà affrontato con una risposta immediata e decisa. Le tensioni non si sono fermate allo specchio d'acqua: mentre si consumava lo scontro diplomatico, l’Iran ha lanciato un attacco missilistico a sorpresa contro le forze statunitensi in Giordania, poi intercettato, che il presidente Donald Trump ha definito un'azione che avrà "una dura lezione" come risposta.
Nuove sanzioni e uno stallo che si aggrava
Nel frattempo, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni mirate a colpire la "flotta ombra" iraniana e le entità accusate di far parte di uno schema di estorsione sostenuto dai Guardiani della Rivoluzione per obbligare le navi a stipulare assicurazioni marittime per il transito. La Casa Bianca ha ribadito con forza la propria posizione, definendo lo Stretto di Hormuz una via d’acqua internazionale e negando ai Pasdaran qualsiasi autorità per imporre rotte o limitare il traffico libero e aperto.
L’annuncio delle nuove sanzioni e il fallimento della mediazione dell’Oman, che rappresentava l’ultimo tentativo concreto di trovare una quadra, rischiano di allontanare ulteriormente le parti. I segnali che arrivano da Washington e da Teheran, dove la leadership politica continua a negare l'avvio di nuovi negoziati diretti con gli Stati Uniti, dipingono uno scenario di conflitto latente destinato a proseguire, mentre le ripercussioni sui mercati energetici globali si fanno sempre più acute.
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