L’Australia concede l’asilo a cinque calciatrici iraniane, la ministra: «Sono al sicuro, qui si sentano a casa loro»
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Redazione Sport
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Il governo australiano ha formalizzato la concessione di visti umanitari a cinque componenti della nazionale femminile di calcio dell’Iran, le quali, al termine della loro partecipazione alla Coppa d’Asia, avevano manifestato la volontà di non fare ritorno in patria. La conferma è giunta nella mattinata di martedì dal ministro degli Interni, Tony Burke, il quale ha dichiarato di aver incontrato personalmente le atlete nella notte, dopo che erano state condotte in una località segreta e protetta dalla polizia federale. La decisione di Canberra, ha tenuto a sottolineare Burke, è stata presa a seguito di un’intensa attività diplomatica e di intelligence, che ha visto il direttore generale dell’ASIO, il servizio di sicurezza interna, firmare personalmente le necessarie autorizzazioni dopo aver valutato la posizione di ciascuna richiedente. Le cinque giovani, ha aggiunto il ministro, hanno voluto precisare di non essere attiviste politiche, bensì semplici atlete alla ricerca di un luogo sicuro dove poter vivere lontano dalle ritorsioni del regime di Teheran.
La vicenda trae origine dal silenzio ostinato osservato dalla squadra durante l’esecuzione dell’inno nazionale iraniano, avvenuta in occasione della prima partita del torneo contro la Corea del Sud, un gesto che era stato interpretato come una chiara presa di posizione contro la Repubblica islamica e che era avvenuto a ridosso dell’inizio dell’offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele. A seguito di quella protesta silenziosa, i media ufficiali iraniani avevano etichettato le giocatrici come «traditrici in tempo di guerra», alimentando i timori per la loro incolumità fisica una volta rientrate in un Iran sottoposto a bombardamenti e nel quale le autorità, come è noto, non tollerano forme di dissimulazione o di opposizione, nemmeno da parte di sportive.
Nei giorni successivi alla partita d’esordio, la tensione è cresciuta in maniera esponenziale, tanto che le calciatrici, nelle due gare seguenti contro l’Australia e poi contro le Filippine, avevano finito per intonare l’inno e salutare militarmente, un comportamento che molti osservatori, tra cui l’ex capitano dei Socceroos Craig Foster, hanno attribuito alle pressioni subite dallo staff e dai funzionari governativi che accompagnavano la delegazione. La situazione è precipitata domenica sera, al termine della sconfitta per due a zero contro le Filippine che ha sancito l’eliminazione della squadra, quando un gruppo di manifestanti ha circondato il pullman della squadra all’uscita dello stadio del Gold Coast, intonando cori come «salvate le nostre ragazze» e «lasciatele andare», in un clima di caos che ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine per liberare la strada e permettere il deflusso del mezzo.




