La crisi Natuzzi e il destino del distretto del salotto nell’Alta Murgia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Lo stallo che ormai da settimane tiene in scacco la vertenza della Natuzzi, l’azienda simbolo del made in Italy del salotto con sede a Santeramo in Colle, non rappresenta soltanto una questione circoscritta ai bilanci di una singola multinazionale. Questa situazione, come spesso accade nei distretti industriali italiani, si proietta come un’ombra lunga e minacciosa sull’intero tessuto produttivo dell’Alta Murgia, dove oltre seicento piccole imprese, tra fornitori, terzisti e artigiani, vivono all’ombra del gigante del divano. L’atmosfera, nonostante le temperature ancora rigide degli ultimi giorni di inizio aprile, è rovente all’interno degli stabilimenti: si discute del futuro di centinaia di famiglie e della tenuta di un’economia locale che, da decenni, considera l’industria del mobile imbottito non solo un lavoro, ma un’eredità culturale.

Il domino silenzioso sull’indotto e il rischio occupazione femminile

Se il tavolo ministeriale si è chiuso con una distanza definita ormai "incolmabile" su alcuni punti cruciali, è l’indotto a pagare il prezzo più alto in questa fase di incertezza. L’effetto domino paventato dai sindacati e dai rappresentanti della task force occupazionale rischia di innescarsi proprio a causa della paralisi decisionale che attanaglia la capofila. Non si parla solo degli oltre 479 esuberi diretti dichiarati dall’azienda nel contesto del piano 2026-2028, ma del potenziale effetto a catena su quei lavoratori dell’indotto che, pur non indossando una divisa Natuzzi, dipendono esclusivamente dalle sue commesse. Tra questi, a essere maggiormente esposte sono le donne, spesso impiegate nelle fasi di rifinizione, cucito e assemblaggio, mansioni storicamente delicate e ora fortemente a rischio di razionalizzazione.

Pasquale Natuzzi scende in campo tra investimenti e chiusure

In questo clima di fibrillazione, è sceso direttamente in campo il fondatore e presidente, Pasquale Natuzzi, il quale ha deciso di prendere in mano le redini della trattativa con i sindacati. L’obiettivo dichiarato, come trapela dalle ultime comunicazioni aziendali, è quello di sbloccare l’intesa proprio per dare corso al piano industriale 2026-2028, un documento che l’azienda definisce cruciale per il rilancio dell’attività nonostante lo scenario macroeconomico complesso e le tensioni geopolitiche che frenano i consumi globali. Il piano, che prevede investimenti per 50 milioni di euro, si scontra però con la realtà operativa di chiusure fisiche di siti produttivi, come il polo Jesce 2 a Santeramo e la cessione dello stabilimento di Ginosa, un azzeramento fisico del perimetro industriale che i rappresentanti dei lavoratori non sono disposti ad accettare senza solide garanzie.

I tre nodi che bloccano l’accordo al Mimit

Al centro della disputa, che ha visto fallire gli ultimi tentativi di mediazione al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, restano tre pilastri fondamentali su cui i sindacati (Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil) non intendono transigere. Innanzitutto, viene richiesta la certezza sul perimetro industriale e le prospettive produttive, un passaggio essenziale per evitare che la riorganizzazione si trasformi in una progressiva liquidazione del sito produttivo italiano. In secondo luogo, il tema delle internalizzazioni: i sindacati chiedono che produzioni oggi in outsourcing vengano riportate all’interno degli stabilimenti Natuzzi, invertendo la tendenza che ha indebolito la forza contrattuale dell’azienda. Infine, si discute degli esodi incentivati, che l’azienda vorrebbe su larga scala mentre le sigle sindacali li accettano solo su base volontaria, rigorosamente accompagnati da tutele sociali per i lavoratori "over".

Il contesto Puglia tra ex Ilva e crisi industriali aperte

Questa vertenza non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro regionale già segnato da focolai di crisi che minano la coesione sociale. Dalle bonifiche dell’ex Ilva di Taranto alle difficoltà della transizione per l’automotive che coinvolge aziende come la Borsch o la Marelli, fino alle delicate partite del petrolchimico di Brindisi e della centrale a carbone di Cerano, la Puglia sembra vivere una stagione in cui il rinvio dei problemi non è più un’opzione praticabile. In questo senso, la lettera di Pasquale Natuzzi ai dipendenti, in cui afferma di non voler essere "il presidente di un’azienda che rinvia i problemi", assume una valenza quasi programmatica: si tratta di affrontare gli errori del passato e le scelte non sempre guidate da logiche di profitto per gettare le basi di un futuro, forse più piccolo, ma si spera più solido.

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