Crisi Natuzzi, «distanza incolmabile» tra azienda e sindacati: al Mimit salta l’accordo sul futuro del gruppo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ennesimo tentativo di ricucire lo strappo, quello che si è consumato ieri nel corso del tavolo convocato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, si è chiuso con un nulla di fatto che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già di per sé complessa. La vertenza che riguarda il gruppo Natuzzi, leader nella produzione di divani e con stabilimenti storici in Puglia e Basilicata, registra dunque un nuovo, preoccupante stallo: le parti, dopo ore di confronto, non sono riuscite a trovare una sintesi, e l’azienda, per bocca dei suoi rappresentanti, ha parlato senza mezzi termini di una distanza dalle organizzazioni sindacali definita “incolmabile”. Un’espressione, quest’ultima, che pesa come un macigno sul destino di circa 1.800 dipendenti, 1.850 per la precisione stando alle ultime comunicazioni interne, e che getta ombre inquietanti sull’intero distretto del salotto dell’Alta Murgia, un territorio che di quella fabbrica ha vissuto e che di quella crisi rischia di subire un pericoloso effetto domino.

Al centro della discussione, il piano industriale per il triennio 2026-2028, un documento che l’impresa guidata da Pasquale Natuzzi presenta come una risposta obbligata a uno scenario globale segnato da instabilità geopolitica e trasformazioni profonde dei mercati. La ricetta proposta, però, è parsa indigesta ai rappresentanti di FenealUil, Filca Cisl, Fillea Cgil, cui si aggiungono Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs: tra i punti più critici, la previsione di esuberi che ruota attorno alle 479 unità – alcune fonti parlano addirittura di 497 – e la chiusura di due stabilimenti, Graviscella ad Altamura e Jesce 2 a Santeramo in Colle, con la conseguente creazione di una società satellite destinata ad assorbire una parte consistente della forza lavoro, quella stessa forza lavoro che da anni, se non da decenni, fa i conti con ammortizzatori sociali a singhiozzo e sacrifici continui.

Se da un lato l’azienda rivendica di aver messo sul piatto aperture significative, parlando di investimenti complessivi per 52,5 milioni di euro nell’arco del piano e di un impegno a salvaguardare quanto più possibile l’occupazione attraverso strumenti come gli incentivi all’esodo volontario, dall’altro i sindacati ribattono che non si può chiedere ancora una volta ai lavoratori di farsi carico di scelte gestionali che, a loro giudizio, hanno portato a perdite accumulate per centinaia di milioni di euro negli ultimi quindici anni. E il nodo delle internalizzazioni, ovvero il tanto atteso rientro in Italia di produzioni delocalizzate in Romania, resta sul tappeto come una delle questioni più spinose: un ritorno promesso e più volte rinviato, che oggi appare condizionato a misure di decontribuzione e a un sostegno pubblico che, al momento, non ha trovato una definizione concreta.

Il ministero prende atto, la Regione prova a ricucire

Il clima, al termine dell’incontro romano, è apparso teso e carico di preoccupazione. Il Mimit, attraverso i suoi funzionari, ha preso atto dell’impossibilità di raggiungere un’intesa, rimproverando sostanzialmente entrambe le parti per la mancanza di quella flessibilità che sarebbe necessaria in una vertenza di tale portata. Dall’altra parte, l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia, Eugenio Di Sciascio, ha subito chiarito che la partita è tutt’altro che chiusa: la Regione, ha spiegato, farà tutto quanto in suo potere per riportare le parti attorno a un tavolo, consapevole che qui non si gioca solo il futuro di un’azienda, ma anche quello di centinaia di famiglie e di un intero comprensorio produttivo che rischia di vedere spegnersi un faro di crescita e creatività che dura da decenni.

La preoccupazione, del resto, non è circoscritta ai soli confini aziendali. Il presidente del Sepac, la task force regionale sull’occupazione, Leo Caroli, ha usato parole pesanti come macigni parlando di una vera e propria “bomba sociale” pronta a esplodere se non si troverà una quadra. L’indotto, ha spiegato, è diffuso e capillare: decine di piccole e medie imprese che ruotano attorno al colosso di Santeramo rischiano di essere travolte da un effetto a catena di proporzioni difficilmente gestibili per un territorio che, come le Murgie, non offre molte alternative occupazionali. E mentre i sindacati annunciano assemblee con i lavoratori per decidere le prossime mosse, ribadendo che l’obiettivo centrale resta la riapertura del confronto, l’azienda replica che il dialogo è sempre stato la strada preferibile, ma che nel frattempo c’è il dovere di proseguire da soli, assumendosi la responsabilità di scelte che, se non condivise, rischiano di essere traumatiche.

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