La crisi profonda della Natuzzi, perdite per tre milioni al mese e l'ombra della chiusura per tre stabilimenti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il gruppo Natuzzi, leader nella produzione di divani e salotti con il suo quartier generale a Santeramo in Colle, si trova ad affrontare una fase critica del suo percorso industriale, una fase che i numeri, del resto, rendono in maniera inequivocabile: si parla di perdite che raggiungono i tre milioni di euro al mese, una emorragia finanziaria che imporrebbe, secondo quanto dichiarato dall'azienda stessa, un deciso cambio di rotta nelle strategie produttive e organizzative. Alla base della vertenza, che vede contrapposti il management e i sindacati, c'è un piano di riassetto che prevede, tra le varie misure, la chiusura di tre stabilimenti – si parla nello specifico dei siti di Jesce 2 a Santeramo in Colle, di Graviscella ad Altamura e di uno stabilimento a Ginosa, quest'ultimo già di fatto inattivo – con l'obiettivo dichiarato di ridurre il personale a una cifra inferiore ai mille dipendenti entro la conclusione del 2028. Attualmente, l'organico del gruppo in Italia si aggira attorno alle 1.850 unità, e il piano industriale per il triennio 2026-2028, oggetto del contenzioso, era stato inizialmente presentato con una stima di 479 esuberi, una cifra che ora, alla luce delle ultime comunicazioni del fondatore Pasquale Natuzzi, appare destinata a crescere se non si interverrà con correttivi drastici.

Il nodo degli investimenti e la lettera ai dipendenti

In una lettera inviata nei giorni scorsi ai propri collaboratori, il patron Pasquale Natuzzi ha cercato di spiegare le ragioni profonde di una ristrutturazione che definisce inevitabile, usando toni che, a suo dire, sarebbero più pacati rispetto a precedenti comunicazioni. Il fondatore ha sottolineato come l'azienda stia fronteggiando una contrazione degli ordini a livello globale, con volumi di produzione in calo e bilanci che si chiudono in perdita, nonostante gli sforzi straordinari della sua famiglia per sostenere finanziariamente la società, sforzi che, ha tenuto a precisare, non potranno essere replicati in futuro. A fronte di questa situazione, il piano industriale intende immettere risorse per oltre 52 milioni di euro nel triennio, un investimento che però, per essere sostenibile, richiederebbe una parallela e significativa riduzione della struttura dei costi, da ottenersi tramite una riorganizzazione dei processi e, inevitabilmente, una riduzione del personale. L'obiettivo, stando alle parole di Natuzzi, sarebbe quello di tutelare l'occupazione laddove possibile, come nel caso dei lavoratori dello stabilimento di Jesce 2 che verrebbero ricollocati in altri siti, ma contestualmente si punta a gestire l'eccedenza di manodopera in maniera graduale, incentivando l'esodo volontario per chi è prossimo alla pensione.

Il fallimento del tavolo al Mimit e la distanza tra le parti

Il tentativo di trovare una mediazione tra le istanze dell'impresa e le preoccupazioni dei rappresentanti dei lavoratori è naufragato nel corso dell'ultimo incontro tenutosi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, un tavolo che avrebbe dovuto rappresentare l'occasione per siglare un accordo quadro e che si è invece concluso con una rottura. L'azienda ha parlato di una "distanza incolmabile" con le sigle sindacali, accusate di aver mostrato disponibilità a discutere solo le misure di incentivazione all'esodo, chiudendosi invece sugli altri capitoli del piano, come la riorganizzazione produttiva e le esternalizzazioni. I sindacati, dal canto loro, attraverso le segreterie di Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, avevano posto l'accento sulla necessità di affrontare congiuntamente il percorso di re-internalizzazione delle produzioni, chiedendo chiarezza sugli investimenti e ribadendo la loro contrarietà a qualsiasi chiusura che non fosse accompagnata da solide garanzie occupazionali. La Regione Puglia, per bocca dell'assessore allo Sviluppo Economico Eugenio Di Sciascio, ha espresso tutta la sua preoccupazione per le ricadute che questa vertenza avrà sul territorio, auspicando un rinnovato impegno da ambo le parti per ricucire lo strappo e riportare il confronto in una sede istituzionale.

Le ragioni economiche di una crisi annunciata

A rendere il quadro ancora più complesso è la situazione economico-finanziaria del gruppo, che da anni arranca alla ricerca di una stabilità. Dai dati disponibili, emerge come Natuzzi abbia accumulato perdite per diverse centinaia di milioni di euro nell'arco degli ultimi quindici anni, con solo tre bilanci chiusi in positivo, spesso grazie a operazioni straordinarie. I sindacati, in più di un'occasione, hanno sottolineato come l'azienda abbia beneficiato per lungo tempo di ammortizzatori sociali e di contributi pubblici, senza che questo si sia tradotto in un rilancio duraturo della produzione in Italia, come nel caso del mancato rientro dei volumi produttivi dalla Romania. La sensazione, per i rappresentanti dei lavoratori, è che il piano industriale presentato si concentri esclusivamente sui tagli, scaricando ancora una volta il peso della crisi sulle maestranze, senza offrire una visione chiara per il futuro del marchio e del distretto del salotto nelle Murgie. In questo clima di forte tensione, con i lavoratori che hanno già proclamato scioperi e presidi, la palla passa ora nuovamente alle istituzioni, chiamate a un difficile lavoro di ricucitura per evitare che l'effetto domino di questa crisi si abbatta su un intero comparto produttivo.

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