Vertenza Natuzzi, la Regione annuncia spiragli: 6 milioni per l’esodo volontario
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Redazione Interno
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Il tavolo regionale, ospitato dalla task force Sepac su esplicita richiesta delle parti sociali e della stessa azienda, ha tentato di ricucire uno strappo che sembrava ormai insanabile, quello tra la multinazionale del mobile imbottito e i suoi dipendenti. L'incontro, resosi necessario dopo la rottura del confronto in sede aziendale e a poche settimane dalla scadenza dell'attuale ammortizzatore sociale prevista per fine anno, non ha prodotto un'accordo definitivo ma ha almeno scongiurato l'interruzione delle trattative.
La distanza tra le posizioni, in particolare riguardo ai piani di riorganizzazione e al trasferimento di alcune linee produttive in Romania, ha costretto le istituzioni a intervenire per ricostruire un clima di fiducia minimo; in quest'ottica, i rappresentanti della Regione hanno parlato di "primi segnali di apertura", fragili ma sufficienti per mantenere vivo il dialogo in vista del prossimo appuntamento decisivo dell'11 giugno al ministero delle Imprese.
Spunta un piano per l'esodo da 50mila euro a testa
Tra i punti di maggiore frizione, quello delle cosiddette "uscite volontarie" ha finalmente ricevuto una risposta economica concreta, dopo mesi di stallo e incomprensioni. L'azienda, che ha già annunciato la chiusura dello stabilimento di Santeramo in Colle entro metà luglio e un fermo produttivo di 12 mesi per le sedi di Graviscella e Iesce 2, ha messo a disposizione un fondo di 6 milioni di euro.
Questa somma, come si legge nei comunicati diffusi al termine del vertice, servirà a finanziare un primo piano sperimentale di esodo: i lavoratori che aderiranno su base volontaria potranno ricevere un'indennità massima di 50mila euro, una cifra che l'assessore Di Sciascio ha definito un passo avanti, sebbene il nodo della sostenibilità industriale a lungo termine resti ancora da sciogliere.
A completare il pacchetto, la Regione Puglia offrirà percorsi formativi di 400 ore, con un'indennità di frequenza di 6 euro l'ora, per favorire il reinserimento nel mercato del lavoro di chi sceglierà questa strada.
La riconversione di Ginosa e il monitoraggio della Cigs
Non solo esuberi, ma anche tentativi di rigenerare il tessuto produttivo laddove i macchinari si sono fermati. Un esempio concreto arriva dall'area tarantina, dove lo stabilimento dismesso di Ginosa potrebbe presto tornare a vivere grazie a un accordo di cessione a una società pugliese operante nel settore della gomma-plastica. L'intesa, spiega la Regione, prevede l'assunzione di 40 lavoratori provenienti dal bacino Natuzzi nella prima fase della reindustrializzazione, un'ancora di salvezza per chi non intende spostarsi altrove.
Nel frattempo, il presidente del Sepac, Leo Caroli, ha insistito sulla necessità di separare i diversi livelli del negoziato: la discussione sui calendari della cassa integrazione, che potrebbe essere estesa fino a dicembre, dovrà procedere senza essere appesantita dai temi divisivi del reshoring e della riorganizzazione degli stabilimenti, argomenti che verranno affrontati esclusivamente in sede ministeriale.
L'accordo dello scorso 19 maggio, firmato al Ministero del Lavoro, prevede una rimodulazione della Cigs che arriva a coprire fino al 62% della retribuzione, una misura che ha lo scopo di tamponare l'emergenza mentre si attendono le scelte strategiche definitive.
Tuttavia, la situazione resta esplosiva: i sindacati, con la segretaria della Cgil Puglia Gigia Bucci, hanno parlato apertamente di "tradimento", accusando l'azienda di aver deciso unilateralmente di spostare in Romania una fetta rilevante della produzione (circa il 15%) che molti credevano sarebbe rientrata in Italia dalla Cina. La partita, insomma, è ancora tutta da giocare, e l'unico risultato certo, al momento, è la volontà di tutte le parti di non abbandonare il tavolo prima dell'11 giugno.




