Vertenza Natuzzi, nuovo incontro al Mimit il 10 e 11 marzo: condivisa la necessità di ristabilire corrette relazioni industriali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fumata che sale dal tavolo romano, per quanto ancora densa di incertezze sul futuro occupazionale e produttivo, è almeno bianca sul metodo. Dopo una giornata di sciopero che ha visto fermarsi i 1800 dipendenti del gruppo e un presidio di circa 350 lavoratori svolgersi sotto le finestre del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la vertenza Natuzzi ha registrato una pur cauta riapertura del dialogo. L’incontro di lunedì 2 marzo, convocato al Mimit per provare a ricucire lo strappo consumatosi nei giorni precedenti in Confindustria a Bari, si è concluso con un verbale che sancisce la volontà comune di ricostruire un confronto istituzionale. Le organizzazioni sindacali, ovvero Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, assieme alle rappresentative dei lavoratori, hanno diffuso una nota in cui si attribuisce al ruolo svolto dal dicastero guidato da Adolfo Urso la condivisione di un percorso che porti al ristabilimento di «corrette relazioni industriali» e all’adozione di un «metodo di confronto preventivo sulle scelte strategiche aziendali».

La sede prescelta per questo rilancio del negoziato sarà nuovamente quella ministeriale, dove le parti sono attese per le giornate del 10 e 11 marzo. Un appuntamento, questo, che assume i contorni di una verifica cruciale, considerando che alle spalle rimangono nodi strutturali tutt’altro che sciolti. Al centro della discussione, infatti, torneranno inevitabilmente i punti che hanno portato alla rottura: il mancato rientro in Italia dei volumi produttivi attualmente realizzati in Romania, una delocalizzazione che i sindacati contestano aspramente, e le ipotesi di riorganizzazione che includono la chiusura dello stabilimento di Jesce 2, a Santeramo in Colle, e la dismissione del centro logistico della Martella a Matera.

Il clima di apprensione che avvolge i dipendenti del gruppo è stato ben incarnato, nei giorni scorsi, dalla voce di Dora Di Renzo, una lavoratrice di 55 anni che da 35 cuce divani per l’azienda. Intervistata mentre la tensione saliva in vista dello sciopero, aveva raccontato lo smarrimento di una vita professionale interamente dedicata alla fabbrica, quella di Jesce 2, descrivendo l’atmosfera pesante e i turni ridotti a quattro ore che scandiscono le giornate in attesa di sapere quale sarà il destino del sito. Storie come la sua rappresentano il nerbo della vertenza, il patrimonio professionale che i sindacati chiedono di tutelare, contrapponendosi a un piano industriale che, nelle bozze circolate, prevederebbe investimenti per circa 53 milioni di euro nel triennio 2026-2028, ma al prezzo di una ridimensionamento della capacità produttiva in Italia.

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