Vertenza Natuzzi, il Mimit convoca un tavolo permanente mentre la protesta dei lavoratori blocca le strade
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Redazione Interno
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Il futuro del gruppo Natuzzi, colosso pugliese dell’arredamento simbolo del Made in Italy nel mondo, resta appeso a un equilibrio delicatissimo tra crisi industriale e pressione sociale. È di queste ore la notizia, destinata a segnare un punto di svolta nella gestione della vertenza, dell’istituzione di un tavolo permanente presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’incontro, presieduto dal ministro Adolfo Urso, ha visto la partecipazione dell’assessore regionale pugliese Eugenio Di Sciascio e del presidente della Basilicata, Vito Bardi, con l’obiettivo dichiarato – stando a quanto si legge nelle note ufficiali del dicastero – di mettere in sicurezza la compagine societaria attraverso interventi economico-finanziari e organizzativi, senza i quali, a detta dello stesso ministro, l’azienda rischierebbe un serio e irreversibile peggioramento.
Il primo appuntamento concreto di questo nuovo organismo, che siederà intorno a un tavolo al quale siederanno anche la proprietà e le organizzazioni sindacali, è stato fissato per il 27 maggio a Palazzo Piacentini. Una data, quella del primo confronto, che appare tuttavia subordinata al buon esito di una trattativa parallela che si svolgerà al Ministero del Lavoro: lì si discuterà della delicatissima partita legata al rinnovo della cassa integrazione, un passaggio che i tecnici considerano propedeutico a qualsiasi soluzione industriale duratura.
L’ombra degli esuberi e la mobilitazione nelle fabbriche
Mentre la politica prova a ricucire uno straccio di programma condiviso, la realtà degli stabilimenti racconta una storia di fuoco e acciaio. Tra la provincia di Taranto e l’area materana, la tensione è letteralmente esplosa. I lavoratori, che vedono profilarsi all’orizzonte un piano industriale capace di mettere in discussione quasi novecento posti di lavoro – soprattutto nei siti di Laterza e Ginosa – hanno alzato il muro della protesta.
Ieri, a Santeramo, si sono registrati blocchi stradali lungo l’arteria provinciale che collega gli stabilimenti Jesce; una mobilitazione, quella dei dipendenti, che prosegue senza sosta anche nelle sedi dell’area ionica, con scioperi proclamati dalle sigle di categoria come Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil. I sindacati, che in una prima fase avevano denunciato la loro esclusione dal confronto diretto al Mimit – lamentando di aver appreso della riunione solo attraverso gli organi di stampa –, hanno già annunciato che lo stato di agitazione non si fermerà, almeno fino a quando non saranno ritirate le ipotesi di chiusura integrale di alcuni reparti.
L’asse tra Regioni per un’azione sinergica
Proprio per tamponare le ferite del territorio, si è mosso un coordinamento interregionale che vede d’accordo, seppur per la prima volta in questa crisi, i Comuni di Santeramo, Altamura e perfino Matera. Un Consiglio congiunto, previsto già per giovedì 30 aprile, tenterà di fare pressione sui vertici aziendali affinché venga rivisto il piano che prevede la cessione del polo logistico di La Martella e la dismissione di alcuni stabilimenti ormai inattivi, come quello di Ginosa.
L’assessore Di Sciascio, intervenuto a margine dei lavori romani, ha sottolineato la necessità di rafforzare il dialogo istituzionale per accompagnare la fase di transizione. Tuttavia, l’assenza di firme sugli accordi e la mole di posti di lavoro a rischio (si parla di circa 480 esuberi dichiarati dall’azienda, anche se le stime sindacali raddoppiano il dato considerando l’indotto) tengono alta la guardia dei manifestanti, che ieri hanno tenuto un presidio davanti ai cancelli dello stabilimento Jesce 2.




