La guerra al freddo: le infrastrutture energetiche ucraine nel mirino e i mandati dell’Aja
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Redazione Esteri
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Mentre il termometro scende a picco nell’inverno ucraino, la guerra assume, per milioni di civili, il volto di una battaglia quotidiana per la sopravvivenza al gelo e al buio. Gli attacchi russi contro la rete energetica nazionale, un capitolo tragico che si protrae da quasi quattro anni, hanno infatti raggiunto, secondo quanto denunciato da Kiev, una intensità senza precedenti, lasciando interi quartieri senza riscaldamento ed elettricità in una morsa di temperature glaciali. Il presidente Volodymyr Zelensky ha rilanciato con urgenza, proprio domenica scorsa, un appello agli alleati occidentali per un sostegno rafforzato in termini di difesa aerea, considerata uno scudo indispensabile per proteggere quelle infrastrutture civili che continuano a essere prese di mira, nonostante la loro natura vitale e non militare.
I mandati della Corte penale internazionale
La sistematicità di questa strategia, che ha già segnato pesantemente l’inverno del 2022, non è passata inosservata agli organi di giustizia internazionale. Già il 25 giugno 2024, del resto, la Corte penale internazionale dell’Aja emise due importanti mandati d’arresto, accusando l’allora ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore russo di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Le imputazioni, che si concentrano proprio sulla direzione di attacchi contro la popolazione civile e contro edifici come scuole, ospedali e, appunto, le centrali elettriche, gettano una luce giudiziaria cruda su una condotta bellica che mira a fiaccare la resistenza del paese colpendo ciò che ne sostenta la vita quotidiana. Una tesi, questa, che alcuni osservatori mettono in relazione con la necessità di Mosca di rispondere ai raid ucraini su obiettivi in territorio russo, sebbene la cronologia degli eventi dimostri come la guerra alle infrastrutture civili sia una costante di lungo periodo.
La dinamica degli attacchi reciproci
D’altra parte, anche il territorio della Federazione Russa non è rimasto indenne da offensive, come dimostra quanto accaduto nell’oblast di Belgorod, dove il governatore ha descritto quello che definisce il bombardamento più massiccio dall’inizio del conflitto, con danni significativi a impianti energetici e incendi divampati in un parco cittadino a causa dei detriti. Una rappresaglia, stando a quanto comunicato dalle autorità di Mosca, che sarebbe stata resa possibile da siti di lancio di droni situati in Ucraina, come quello nella regione di Cernihiv che le forze russe dichiarano di avere distrutto, affermando che da lì partivano attacchi contro il loro territorio. È in questo quadro di azioni e reazioni, dunque, che si inseriscono le dichiarazioni del portavoce presidenziale russo, il quale, commentando il ruolo degli Stati Uniti come mediatori, ha parlato di una “corsa contro il tempo” e di “slancio in atto”, pur chiudendo nettamente la porta a qualsiasi dialogo che coinvolga l’Alto rappresentante Ue per la politica estera.
Una partita strategica e umanitaria
La posta in gioco, oltre che militare, è profondamente umanitaria e strategica. Privare una nazione di energia nel cuore dell’inverno significa infatti esporne la popolazione a rischi estremi, minandone al contempo la capacità produttiva e la tenuta sociale. Le richieste di Zelensky per sistemi di difesa aerea più efficaci e numerosi vanno lette proprio come un tentativo disperato di tappare quelle falle nello scudo protettivo che lasciano passare i missili destinati a spegnere le centrali. Se da un lato la macchina bellica russa sembra determinata a perseguire questo obiettivo, considerandolo forse un mezzo per piegare la resistenza avversaria, dall’altro le autorità ucraine devono fare i conti con un’emergenza che si ripete, inverno dopo inverno, con conseguenze sempre più gravi per chi si trova a vivere sotto la costante minaccia del blackout e del freddo.




