L’Italia tra lo scoglio Hormuz e la richiesta di una missione Onu

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, dopo aver ricevuto e rapidamente archiviato la richiesta formale giunta da Donald Trump, ha ribadito con nettezza la propria posizione di non belligeranza rispetto al conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran, concentrando invece ogni sforzo diplomatico sulla possibilità, tutta da verificare, di un intervento delle Nazioni Unite per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenuto in più occasioni pubbliche, è stato piuttosto chiaro nel delineare il perimetro dell’azione italiana, spiegando come l’invio di unità navali nazionali in quelle acque, in questo specifico momento storico e senza una chiara investitura sovranazionale, verrebbe inevitabilmente interpretato dagli attori in campo come un atto di partecipazione diretta alle ostilità, e non certo come una missione di peacekeeping o di corridoio umanitario. L’interesse nazionale, ha ribadito il ministro citando dati oggettivi, rimane altissimo, considerando che da quel collo di bottiglia largo poco più di trenta chilometri transita oltre il 20% del fabbisogno energetico mondiale, una percentuale che per l’Italia, seppur meno dipendente dal greggio di quella rotta, incide in maniera significativa sull’importazione di gas naturale liquefatto dal Qatar. Il nodo, insomma, non è solo geopolitico, ma anche economico, e si riverbera direttamente sulle bollette di famiglie e imprese a causa dell’impennata dei prezzi registrata nelle ultime settimane.

Il no alla coalizione dei volenterosi e il ruolo del Parlamento

La premier Meloni, intervistata da Rete4, ha allineato la posizione italiana a quella espressa da altri grandi paesi europei come Germania e Spagna, motivando il diniego alla richiesta statunitense con la necessità di non compiere un “passo in avanti verso il coinvolgimento” diretto. Una decisione, questa, che ha trovato sostanziale concordia anche tra le forze di opposizione, seppur con diverse sfumature, e che ha spinto il governo a rimodulare in chiave prudenziale la presenza militare in teatri sensibili come Iraq e Kuwait, dove alcuni contingenti sono stati riposizionati per ragioni di sicurezza. Crosetto, dal canto suo, ha voluto puntualizzare un aspetto procedurale non secondario, ricordando che la decisione di partecipare a eventuali missioni all’estero, specie se comportano l’uso della forza, non può essere una prerogativa dell’esecutivo ma spetta di diritto al Parlamento, chiamato a esprimersi in sede di autorizzazione. Una precisazione che suona come un richiamo alle procedure democratiche, in un contesto in cui l’amministrazione Trump, secondo quanto riportato da alcune analisi, starebbe invece procedendo in ordine sparso, valutando opzioni militari unilateralmente e cercando di sopperire a carenze operative proprie, come la mancanza di navi cacciamine nell’area, con l’appoggio di alleati regionali.

L’ipotesi di una missione multilaterale e la complessità dello scenario

L’alternativa caldeggiata da Roma, e rilanciata con forza dallo stesso Crosetto, è quella di una missione a guida Onu, l’unica cornice che, a suo dire, garantirebbe una legittimazione tale da trasformare un’operazione militare in un vero e proprio “corridoio di pace”. Il ragionamento del ministro parte da un presupposto condivisibile: solo un mandato delle Nazioni Unite, con il probabile coinvolgimento di attori come Cina e Russia, potrebbe spersonalizzare il conflitto e mettere tutti gli attori globali attorno a un tavolo, abbassando la tensione e, di riflesso, i prezzi dell’energia. Tuttavia, la strada diplomatica appare in salita. L’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha ammesso che la soluzione richiederà tempo, un lusso che forse non ci si può permettere data la rapidità degli eventi. L’ipotesi di estendere il mandato dell’operazione europea Aspides, attualmente attiva nel Mar Rosso contro gli attacchi Houthi, è stata valutata ma poi accantonata perché ritenuta tecnicamente complessa e politicamente rischiosa: modificare il perimetro d’azione richiederebbe l’unanimità dei Ventisette e, soprattutto, potrebbe comunque essere letta come un allineamento con le posizioni più belliciste.

Le dinamiche sul campo e il fattore energetico

Mentre la politica cerca una quadra, sul terreno la situazione resta fluida e segnata da una strategia iraniana fatta di pressione costante e logoramento, più che di scontro aperto. La Marina dei Guardiani della Rivoluzione sta impiegando un mix letale di mine navali, droni aerei e veicoli di superficie senza pilota, creando un ambiente operativo in cui ogni transito diventa un’incognita e in cui la difesa, per quanto tecnologicamente avanzata, viene messa a dura prova da minacce asimmetriche e a basso costo. L’Italia, ha spiegato Crosetto, in questo scenario si sta attivando attraverso le grandi aziende energetiche nazionali per diversificare ulteriormente le fonti e mitigare l’impatto di una chiusura prolungata dello Stretto. Se per il petrolio, che arriva da Hormuz solo per il 5% del fabbisogno nazionale, il problema è gestibile, ben più seria è la questione del gas qatariota, che copre circa un quarto del nostro fabbisogno e il cui prezzo, in assenza di una soluzione internazionale, rischia di subire oscillazioni insostenibili per il sistema paese. Una dinamica che, pur senza voler tracciare scenari futuri, getta un’ombra preoccupante sulla tenuta economica dell’Europa intera.

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