L’avvertimento di Teheran: «Petrolio a 200 dollari, preparatevi» mentre i Pasdaran attaccano tre navi nello Stretto di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il portavoce del quartier generale del comando militare iraniano, Ebrahim Zolfaqari, ha lanciato un avvertimento senza precedenti a Stati Uniti e Israele: il prezzo del petrolio è destinato a raggiungere i duecento dollari al barile, una diretta conseguenza dell’instabilità regionale che, secondo Teheran, sarebbe stata provocata dall’offensiva militare congiunta guidata da Donald Trump. L’ultimatum, trasmesso attraverso i canali ufficiali della Repubblica islamica, ribadisce la determinazione del regime a non consentire il transito di «nemmeno un litro di petrolio» verso i paesi avversari e i loro alleati, trasformando di fatto qualsiasi nave cisterna diretta in quelle acque in un obiettivo legittimo delle proprie forze armate. La minaccia, d’altronde, non è rimasta fine a sé stessa e nelle ultime ore ha trovato puntuale riscontro sul campo: i Pasdaran hanno rivendicato la responsabilità degli attacchi contro due mercantili, sebbene fonti marittime britanniche parlino di almeno tre imbarcazioni danneggiate nel corso della giornata nello Stretto di Hormuz, il corridoio strategico che incanala circa un quinto del greggio mondiale e che da giorni appare di fatto chiuso al traffico regolare.

Una strategia di logoramento che punta all’economia globale

La risposta militare iraniana, dopo le prime quarantotto ore caratterizzate da un lancio intensivo e talvolta indiscriminato di missili e droni, ha subito una mutazione tattica significativa che gli analisti del settore avevano in parte previsto. Consapevole della schiacciante superiorità aerea e tecnologica dello schieramento avversario, la leadership di Teheran avrebbe deciso di concentrare i propri sforzi su obiettivi sensibili e difficilmente difendibili su larga scala, nel tentativo di trasformare il conflitto in una guerra di logoramento a lungo termine. Il mirino, ora, è puntato sui cardini della macchina bellica americana dispiegata nell’area, in particolare sui radar e sui sistemi di difesa aerea che costituiscono l’ossatura della rete di protezione per le basi e le infrastrutture alleate nel Golfo. Parallelamente, l’offensiva nello Stretto rappresenta la leva più potente a disposizione del regime per colpire gli interessi vitali dell’occidente, ovvero la stabilità energetica e i prezzi del greggio, sperando che le ripercussioni economiche possano generare pressioni interne e internazionali sufficienti a costringere Washington e Tel Aviv a rivedere i propri piani.

L’escalation navale e le ripercussioni sui mercati

Nel dettaglio degli attacchi marittimi, le cronache parlano di tre mercantili centrati da proiettili la cui natura non è stata ancora ufficialmente accertata, anche se si sospetta l’impiego di droni o razzi. La Mayuree Naree, una portarinfuse thailandese diretta in India, è stata colpita a poche miglia dalla costa dell’Oman riportando gravi danni alla sala macchine e un incendio che ha reso necessario il soccorso di venti membri dell’equipaggio da parte della marina omanita, mentre si continuano a cercare tre dispersi rimasti presumibilmente intrappolati a bordo. Un’altra nave, la giapponese One Majesty, è stata centrata al largo degli Emirati Arabi Uniti ed è comunque riuscita a raggiungere un porto, mentre un cargo battente bandiera delle Isole Marshall, la Star Gwyneth, è stato attaccato al largo di Dubai. Le assicurazioni fornite da Donald Trump, il quale ha dichiarato di ritenere che le mine piazzate dall’Iran non rappresentino un pericolo concreto e che le forze statunitensi abbiano distrutto gran parte delle navi posamine nemiche, non hanno per il momento invertito la tendenza al rialzo dei prezzi del greggio, che dopo un iniziale assestamento sono tornati a crescere di quasi il cinque per cento.

Il doppio binario tra dichiarazioni di vittoria e allargamento del conflitto

Mentre Teheran rilancia con la prospettiva di un barile a duecento dollari, il fronte politico-militare avversario mostra una linea non perfettamente allineata sulle tempistiche e sugli obiettivi finali dell’operazione. Da un lato, il presidente Trump, nel corso di un comizio in Kentucky, ha lasciato intendere che la guerra potrebbe concludersi «presto», sottolineando come ormai «non ci sia praticamente più nulla da colpire» in Iran e che le forze armate americane abbiano «vinto» ma non ancora «abbastanza», lasciando aperto uno spiraglio a possibili dichiarazioni unilaterali di cessazione delle ostilità. Dall’altro lato, però, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha immediatamente corretto il tiro, affermando che l’operazione «continuerà senza limiti di tempo» fino al raggiungimento della vittoria e che «c’è ancora un ampio ventaglio di bersagli» da colpire. Questa difformità di vedute, unita alla notizia che l’FBI avrebbe allertato i dipartimenti di polizia della California circa un possibile attacco con droni provenienti dall’Iran sulla costa occidentale, contribuisce a mantenere altissima la tensione e allontana, almeno per il momento, qualsiasi prospettiva di una rapida soluzione diplomatica.

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