L’escalation dell’Iran e il primo missile su Cipro: la risposta di Atene e le crepe nell’Unione europea

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo attacco diretto su suolo europeo, materializzatosi con l’impatto di un drone shahed sulla pista della base britannica di Akrotiri, ha infranto l’illusione che il conflitto in Medio Oriente potesse rimanere confinato oltre i confini marittimi del continente. L’azione, attribuita con un margine di certezza crescente a Hezbollah, che avrebbe agito come longa manus di Teheran lanciando i velivoli dalla vicina Libano, rappresenta non tanto un danno bellico significativo, quanto una precisa messa in atto di una strategia della tensione. La scelta del bersaglio, una installazione militare del Regno Unito situata nella parte meridionale dell’isola, assume una valenza duplice: è al contempo un monito per Nicosia, considerata troppo vicina a Israele, e un messaggio indirizzato alla Casa Bianca, a dimostrazione della capacità iraniana di raggiungere gli hub strategici degli alleati di Donald Trump. Il presidente americano, del resto, aveva già avvertito il Congresso riguardo la minaccia rappresentata dalla nuova portata dei missili sviluppati dalla Repubblica islamica, capaci di mettere in pericolo le basi statunitensi oltreoceano e, in prospettiva, il territorio metropolitano degli stessi Stati Uniti.

La mobilitazione greca: uno scudo per Cipro

La reazione immediata all’incursione aerea è giunta da Atene con una rapidità che sottolinea la fragilità percepita dell’isola. Quattro caccia F-16 dell’Aeronautica militare ellenica sono atterrati a Cipro, un dispiegamento che il governo guidato da Nikos Christodoulides aveva formalmente richiesto per rafforzare le misure di sicurezza e che il ministro della Difesa greco, Nikos Dendias, ha giustificato come contributo necessario alla difesa della repubblica cipriota di fronte ad azioni illegali. Non si tratta, però, di una semplice operazione di polizia aerea: l’invio di queste forze, che comprende anche fregate equipaggiate con sistemi anti-drone, rappresenta la prima implicazione diretta di uno stato membro dell’Unione Europea nella campagna militare in corso contro l’Iran, pur mantenendosi formalmente entro i confini di una risposta a un’aggressione subita da un partner. Il fatto che Cipro detenga attualmente la presidenza di turno del Consiglio Ue conferisce all’episodio un peso politico ulteriore, e la decisione di rinviare una riunione ministeriale programmata sull’isola dimostra come la priorità sia immediatamente mutata, passando dalle ordinarie procedure diplomatiche alla gestione di una crisi di sicurezza nazionale.

Le crepe nell’alleanza: le divisioni tra i Ventisette

Mentre gli F-16 greci sorvolavano la base danneggiata, a Bruxelles e nelle capitali europee emergeva un quadro di profonda disunione politica su come inquadrare e affrontare l’escalation. La dichiarazione congiunta rilasciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio Antonio Costa, pur esprimendo preoccupazione, appariva attentamente calibrata per evitare di menzionare esplicitamente gli attori dell’offensiva iniziale, limitandosi a invocare moderazione e la protezione dei civili. Tuttavia, la stessa von der Leyen, in interventi successivi, ha rotto gli equilibri diplomatici esprimendosi a favore di una transizione credibile in Iran, un’apertura che di fatto allinea l’esecutivo europeo all’ipotesi di un cambiamento di regime, suscitando l’imbarazzo di chi, all’interno delle istituzioni, ritiene che simili posizioni esulino dalle competenze della Commissione in materia di politica estera.

Le divergenze sono emerse in modo ancora più crudo tra i governi nazionali. Se il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è allineato senza riserve alla linea di Washington e Gerusalemme, il presidente francese Emmanuel Macron ha mantenuto una posizione più cauta ed equidistante, chiedendo la cessazione di un’escalation giudicata pericolosa per tutti. La Spagna di Pedro Sanchez è andata oltre, rifiutando l’utilizzo delle proprie basi per le operazioni militari e respingendo l’azione unilaterale statunitense, mentre l’Italia, per bocca della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si è limitata a seguire gli sviluppi con attenzione, promettendo un impegno per la stabilità senza assumere posizioni nette che possano compromettere futuri equilibri. Questa cacofonia, che vede da un lato l’appoggio incondizionato e dall’altro la presa di distanza, rischia di vanificare qualsiasi ambizione dell’Unione a proporsi come attore geopolitico unitario, condannandola a un ruolo marginale in una crisi che sta ridefinendo gli assetti ai suoi confini orientali.

L’ombra dei proxies e lo spettro di un conflitto allargato

La scelta dell’Iran di colpire Cipro utilizzando Hezbollah come vettore non è casuale, ma si inserisce in una dottrina consolidata che mira a estendere il conflitto senza un’assunzione diretta di responsabilità, sfruttando la galassia di attori non statuali su cui Teheran esercita la sua influenza. L’attivazione di ciò che resta delle milizie libanesi, nonostante i duri colpi subiti nei precedenti confronti con Israele, dimostra come il cosiddetto “asse della resistenza” rimanga operativo, seppur in forma più frammentata e decentralizzata. L’obiettivo, in questa fase, sembra essere quello di mettere sotto pressione gli alleati europei di Trump, colpendo le loro basi e i loro interessi nella regione per alimentare dissensi interni e indebolire la coesione della coalizione avversaria. Nel frattempo, la tensione si estende anche ad altre aree strategiche: la Francia, dopo aver smentito e poi confermato il rafforzamento della propria presenza navale, valuta l’invio della portaerei Charles de Gaulle, mentre il Regno Unito, pur ripetendo di non volersi unire ad azioni offensive, ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare le proprie installazioni per colpire i siti missilistici iraniani, una distinzione sottile che a Teheran appare come una chiara ostilità.

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