Il passo indietro da 7 milioni e la prenotazione per Eni: l’accordo che chiude il caso Di Foggia
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Redazione Economia
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La partita – come spesso accade nelle dinamiche che avvolgono le grandi partecipate pubbliche, da sempre terreno fertile per tensioni tra governance aziendale e pressing politico – si è chiusa con un accordo che recepisce integralmente la linea del governo. Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, ha ufficializzato l’intesa che sancisce la cessazione anticipata del rapporto con l’amministratore delegato Giuseppina Di Foggia, la stessa manager che, come emerso nei giorni scorsi, è destinata a sedere sulla poltrona di presidente di Eni. La notizia, attesa dopo giorni di trattative serrate condotte anche attraverso canali informali tra i vertici aziendali e il dicastero dell’Economia, mette fine a una delle polemiche più insidiose mai emerse nel perimetro del sistema delle controllate statali. Un sistema, va detto, che vive da tempo sotto la lente di ingrandimento di un’opinione pubblica sempre più sensibile alle questioni retributive dei vertici del capitalismo pubblico.
La scelta della rinuncia e il valore della poltrona
L’elemento che ha destato maggiore scalpore, e che ha reso necessario un intervento chiarificatore da parte dell’esecutivo, riguarda l’aspetto economico dell’operazione. Di Foggia, stando ai comunicati diffusi dalla società, ha sottoscritto un accordo che prevede una rinuncia formale all’indennità integrativa di fine rapporto, un importo che supera i 7 milioni di euro (precisamente 7.189.750 euro) e che era stato accantonato dalla società per coprire gli oneri relativi alla sua posizione di direttore generale. Una cifra consistente, certo, ma che avrebbe rappresentato un salvacondotto economico in caso di uscita senza una ricollocazione immediata. La clausola, che potrebbe sembrare draconiana a un osservatore esterno, è in realtà subordinata a una condizione precisa: Di Foggia riceverà questa maxi-bonus (o meglio, vi rinuncerà formalmente) solo se l’assemblea degli azionisti di Eni, in calendario per il mese di maggio, ratificherà la sua nomina alla presidenza del colosso dell’energia.
La smentita secca di Palazzo Chigi
In queste ore convulse, mentre i mercati finanziari osservavano l’evolversi della situazione senza particolari scossoni, a gettare acqua sul fuoco delle polemiche è stata una nota ufficiale di Palazzo Chigi. Il governo, che aveva già manifestato il proprio fastidio per le trattative andate in scena nelle settimane precedenti, ha ripetutamente smentito le ricostruzioni giornalistiche che parlavano di un presunto scambio di poltrone. Secondo alcune indiscrezioni, riportate da organi di stampa nazionale, alla manager sarebbe stata prospettata anche la guida di Open Fiber (la società pubblica della banda larga) come parte di un più ampio pacchetto di nomine. “Sono prive di ogni fondamento”, si legge nella nota diramata dall’esecutivo, definendo “fantasiose” le ricostruzioni che volevano Di Foggia artefice di un pressing diretto per ottenere la guida di Eni. Una presa di distanza netta, volta a circoscrivere la vicenda al solo aspetto tecnico della successione.
Il trattamento economico e l’interim presidenziale
Se la buonuscita da 7 milioni viene meno in caso di successo nella newco, Di Foggia non resterà comunque a mani vuote. L’accordo prevede per lei l’erogazione di un trattamento di fine mandato legato specificamente alla carica di amministratore delegato, un importo pari a circa 108.750 euro lordi. A queste somme, si precisa nei documenti ufficiali depositati da Terna, si aggiungeranno le spettanze maturate nel tempo relative ai sistemi di incentivazione di breve e lungo periodo, incluse le clausole di claw back che consentono alla società di recuperare somme in determinate circostanze. In attesa che l’assemblea del 12 maggio formalizzi il rinnovo degli organi sociali, il testimone a Terna passa nelle mani del presidente Igor De Biasio. A lui, per il periodo di interregno fino alla data dell’appuntamento assembleare, sono stati delegati i poteri gestoriali che erano propri dell’amministratore delegato, senza che ciò comporti alcun compenso aggiuntivo rispetto a quanto già percepito per la sua funzione ordinaria. Un meccanismo, questo della reggenza, codificato nei piani di successione aziendale che mira a garantire la continuità operativa senza lasciare spazi di vuoto决策ale.




