Eni chiude la chimica di base: dubbi sul futuro della chimica verde
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Redazione Interno
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La decisione di Eni di chiudere gli stabilimenti di Brindisi e Priolo, segnando di fatto la fine della chimica di base in Italia, ha scatenato un acceso dibattito politico e industriale. Silvio Lai, parlamentare del Pd e membro della commissione Bilancio, non ha usato mezzi termini nel definire la mossa come una «cancellazione di decenni di esperienza e competenza», sottolineando il silenzio del Governo Meloni di fronte a una scelta che avrà ripercussioni significative sul settore chimico nazionale.
Secondo Lai, il Governo si troverebbe di fronte a un bivio: o è incapace di contrastare la strategia del colosso energetico, o ne è addirittura complice. Una posizione che riflette le preoccupazioni di chi vede nella chiusura dei due impianti di cracking non solo la fine di un’epoca, ma anche un’incertezza sul futuro della chimica verde, settore in cui l’Italia aveva investito risorse e competenze.
Eni, attraverso la sua controllata Versalis, aveva infatti annunciato anni fa un ambizioso piano di riconversione verso la chimica sostenibile, acquisendo nel 2021 il 100% di Novamont, azienda leader nelle bioplastiche. Tuttavia, oggi sembra esserci più di un’ombra su questi progetti. Adriano Alfani, amministratore delegato di Versalis, ha parlato di un «nuovo capitolo» per l’industria chimica italiana, abbandonando i processi tradizionali basati su materie prime fossili per abbracciare modelli più sostenibili. Ma la chiusura degli impianti di Brindisi e Priolo, che rappresentano un pilastro della chimica di base, solleva interrogativi sulla reale portata di questa transizione.
Il silenzio del Governo, in particolare, è stato interpretato come un segnale di disinteresse o di impotenza. La mancanza di una risposta chiara alle preoccupazioni sollevate dalla chiusura degli stabilimenti ha alimentato il sospetto che si stia sacrificando un patrimonio industriale e tecnologico costruito in decenni, senza garanzie sul futuro.
Intanto, i lavoratori degli impianti coinvolti si trovano in una situazione di incertezza, mentre il dibattito si sposta sul ruolo dell’Italia nel panorama chimico internazionale. La reputazione del Paese, che aveva saputo distinguersi per innovazione e qualità, rischia di essere compromessa da una scelta che, secondo molti, non tiene conto delle ricadute sociali ed economiche.




