Caos Biennale, venti padiglioni chiusi e scontri a Venezia. L’imprenditore pacifista aggredito: “Volevo solo il dialogo”
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Redazione Esteri
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L’arte contemporanea, che dovrebbe rappresentare un territorio neutro dove le parole sovrastano le macerie, è stata letteralmente messa all’angolo dai fanatismi del presente. La 61esima Esposizione Internazionale d’Arte si apre oggi al pubblico, ma l’eco dei cori di protesta e il fragore degli scontri rischiano di sovrastare il valore estetico delle opere esposte. A ricordarci questa disarmante realtà, ci pensano i vetri di alcuni padiglioni ancora scossi dalla tensione. Nelle ultime ore, la laguna ha vissuto una giornata da “polveriera”, dove la geopolitica ha fatto irruzione tra i giardini e l’Arsenale, lasciando sul terreno qualche contuso e un’impressione di profonda, dolorosa spaccatura.
È successo di tutto. Da un lato, i cortei dei manifestanti pro Palestina che, forti della presenza di circa tremila attivisti (cifra che la Questura ridimensiona a circa la metà), hanno tentato di forzare il cordone delle forze dell’ordine per raggiungere il padiglione di Israele. Ne sono nati tafferugli a corpo, con le forze dell’ordine costrette a usare gli sfollagente per respingere la carica umana e proteggere l’area, tra urla di “vergogna” e slogan contro il “genocidio”. E c’è anche l’aspetto simbolico, quasi grottesco, della protesta: una ventina di nazioni, tra cui Austria, Francia, Belgio e Paesi Bassi, hanno fisicamente abbassato le saracinesche dei propri spazi, aderendo a uno sciopero politico per protestare contro la presenza israeliana. Un gesto, quest’ultimo, che solleva qualche interrogativo: se ogni Paese applicasse il proprio veto nazionale contro quello che considera “complice di un genocidio”, quanti eventi culturali – come giustamente osserva qualcuno – resterebbero davvero aperti? Probabilmente nessuno.
“Assassino”. L’urlo contro il miliardario che diede lavoro ai palestinesi
Ma la scena che forse più di tutte racconta l’assurdità della situazione è accaduta quasi per caso, in una via laterale. Eyal Waldman, magnate della tecnologia 65enne e noto filantropo, si è trovato faccia a faccia con i manifestanti. Lui che non è certo un falco, ma anzi una delle voci più avanti del dialogo: la sua azienda, Mellanox, assunse decine di ingegneri palestinesi tra Cisgiordania e Gaza, e lo stesso Waldman ha finanziato reparti oncologici negli ospedali della Striscia. Una storia, la sua, segnata anche dal sangue del 7 ottobre, quando sua figlia perse la vita al Nova festival. Ebbene, quando si è avvicinato ai contestatori con fare bonario, magari sperando in un confronto, la risposta è stata una sequenza di insulti: “Assassino” e “Fuck Israel”. Lui ha ribadito, in un italiano educato, che “voleva solo il dialogo”, ma la folla gli ha voltato le spalle, dimostrando una volta di più che per l’estremismo ciò che conta non sono le azioni concrete, ma l’etichetta che ti cuci addosso.
Quel 7 ottobre nelle piazze e la bomba dei 29 miliardi (Effetto Hormuz)
Mentre la cultura arretrava sotto i colpi della politica, fuori dal recinto veneziano il quadro economico nazionale appariva altrettanto fosco. Le tensioni in Medio Oriente, esacerbate anche dallo stop della marina israeliana alla “Sumud Flotilla” (un’azione che ha letteralmente scatenato l’odio delle piazze), stanno avendo un effetto domino devastante sul costo dell’energia. Si parla della cosiddetta “Effetto Hormuz”, lo stretto attraverso cui passa una fetta enorme del petrolio mondiale. Il risultato è un conto salatissimo per le tasche di famiglie e imprese italiane: una stangata che i tecnici quantificano in circa 29 miliardi di euro, una cifra che rischia di strozzare la ripresa, mentre i manifestanti nelle piazze inneggiano a rivoluzioni la cui fattibilità materiale sembra sfuggire a molti.
Tra impronte genetiche e padiglioni chiusi: la verità è lontana
Non solo cronaca internazionale. Mentre i riflettori sono puntati sull’Arsenale, la macchina della giustizia penale continua a macinare sullo sfondo, tra soliloqui e appunti inquietanti. L’inchiesta che riguarda un episodio di abusi – dove un uomo avrebbe approfittato di una giovane mentre il fratello della vittima allontanava gli amici – conta ormai tredici indagati. Si cercano tracce genetiche, si analizzano particolari raccapriccianti, ma la verità processuale appare ancora lontana, sepolta da reticenze e da una complessità investigativa che procede a rilento. Tutto si tiene, in fondo: la violenza agita nelle strade e quella subita in silenzio tra le mura domestiche, l’odio di piazza e la crudeltà degli atti privati.
Infine, una nota istituzionale. Il ministro della Cultura, assente ai grandi eventi di apertura a causa delle frizioni sul caso Russia, ha lasciato Palazzo Giustinian nelle mani del presidente Pietrangelo Buttafuoco. Lui ha rivendicato la “limpida autonomia” della Biennale dalla politica, un principio sancito dallo statuto, che difende la libertà di pensiero critico e di espressione artistica. Peccato che, fuori dai cancelli blindati, nessuno sembri più disposto ad ascoltare questa ragionevolezza. E mentre i visitatori (diecimila solo oggi, con un +10% sul 2024) -9 fanno la fila per vedere le mostre, la domanda resta sospesa nell’aria lagunare: se l’arte non riesce più a costruire ponti, chi lo farà al posto suo?




