Biennale di Venezia 2026, tra padiglioni sommersi e il silenzio (forzato) della Russia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ci si muove tra i Giardini e l’Arsenale, quest’anno, con la strana sensazione che ogni installazione, ogni performance, ogni spazio vuoto racconti una tensione che non è solo estetica. La 61ma edizione della Biennale Arte, intitolata “In Minor Keys”, porta con sé il peso di una curatrice scomparsa troppo presto, Koyo Kouoh, il cui invito a ritrovare l’umanità perduta – attraverso quelle tonalità minori che in musica suggeriscono introspezione e calma – stride violentemente con i venti di guerra che soffiano sull’Europa dell’Est. E infatti, una delle prime soste obbligate, per chiunque voglia capire lo spirito di questa edizione, è il padiglione polacco, dove “Liquid Tongues” di Bogna Burska e Daniel Kotowski (realizzato insieme a Chór w Ruchu) offre un esempio concretissimo di quella “attenzione” di cui parlava Kouoh: l’installazione audiovisiva mostra performers udenti e sordi che interpretano sott’acqua, mescolando l’inglese parlato alla lingua dei segni internazionale con i codici di comunicazione delle balene. Un messaggio, questo, chiarissimo: la sordità non va intesa come una disabilità, bensì come un’opportunità generativa, capace di offrire nuove forme espressive a chi, appunto, decide di prestare ascolto in modo diverso.
Le crepe nella “tonalità minore” della curatrice
Ma il sogno di Kouoh – quello di una riflessione lenta e collettiva – si scontra con la cronaca più cruda. I venti di guerra e le tensioni geopolitiche, che soffiano in particolare sul confine ucraino, hanno finito per infettare anche i padiglioni. La prematura scomparsa della curatrice, avvenuta un anno fa, ha lasciato un vuoto che molti interpretano come una ferita ancora aperta: da un lato, il suo lascito spirituale spinge a cercare quella calma e quel silenzio necessari per ascoltare le “tonalità minori” del contemporaneo; dall’altro, le critiche e le criticità organizzative denunciano quanto sia difficile tenere fuori la politica dalle sale espositive. Non si tratta, beninteso, di semplici malumori di palazzo: la Biennale si trova a gestire un paradosso doloroso, dove l’invito alla riflessione interiore rischia di essere travolto dal frastuono mediatico delle delegazioni nazionali.
La Russia torna (ma non si vede) e la polemica esplode
Il nodo più controverso, come prevedibile, riguarda il padiglione russo ai Giardini. Dopo l’esclusione delle scorse edizioni, la Russia è tornata con un progetto dal titolo quasi metafisico, “The Tree Is Rooted in the Sky”. Peccato che l’albero, per così dire, non lo veda nessuno: l’installazione, infatti, si svolge a porte chiuse. Si tratta di una performance registrata nei giorni di pre‑apertura; dal 9 maggio, il visitatore può soltanto osservare degli schermi posizionati all’esterno del padiglione, attraverso i quali viene trasmessa e diffusa la registrazione. Una scelta, questa, che ha spaccato in due gli addetti ai lavori. Da un lato, c’è chi difende l’arte come linguaggio assoluto e indipendente dalla politica, sostenendo che escludere Mosca significherebbe rinunciare a ogni possibilità di dialogo culturale. Dall’altro lato, e con altrettanta veemenza, chi teme che una simile partecipazione – per quanto mediata e “in differita” – finisca per normalizzare un regime che, nel frattempo, prosegue il conflitto in Ucraina senza soluzione di continuità.
Quattro parchi per staccare (dalla guerra e dalle code)
Non di solo dissenso, però, vive il visitatore della Biennale. Chi si troverà a vagare tra un padiglione e l’altro durante l’edizione 2026 avrà l’occasione – anzi, quasi l’obbligo – di concedersi una pausa in uno dei parchi e giardini d’arte disseminati in tutta la città. Si va dagli spazi verdi urbani più classici, dove l’ombra dei platani offre tregua dal sole lagunare, fino a piccole oasi dedicate alla scultura contemporanea, spesso trascurate dalle grandi rotte del tour biennalista. Quattro, in particolare, meritano una deviazione: luoghi dove il silenzio (quello vero, non quello imposto dal padiglione russo) permette di rielaborare ciò che si è appena visto. Perché, in fondo, anche questo era l’insegnamento di Kouoh: la capacità di prestare attenzione si impara anche camminando su un sentiero sterrato, lontani dalle folle e dai proclami.




