La Biennale come trincea: protesta, arte e scontri tra i padiglioni di Venezia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il malessere, quello vero, fatto di slogan urlati e scudi alzati, ha trasformato ieri la 61esima Esposizione d’Arte di Venezia in un campo minato. Se fino a pochi giorni fa l’attenzione era tutta concentrata sulle polemiche – vive e accese – relative al padiglione russo, difeso a spada tratta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco e guardato con sospetto dal ministro della Cultura Alessandro Giuli -6, l’ago della bilancia della cronaca è bruscamente scivolato verso la questione israeliana. È qui, all’Arsenale, che la politica ha rotto gli argini della riflessione estetica per riversarsi violentemente nelle calli: il Padiglione di Israele, aperto ufficialmente ieri con una cerimonia blindatissima, è diventato il simbolo fisico di una frattura mondiale che nemmeno l’arte contemporanea, con la sua pretesa di essere universale, è riuscita a ricucire.

Un’apertura sotto assedio e la “sciopero” dei padiglioni

Non c’era bisogno di essere un esperto di dinamiche geopolitiche per capire, osservando la scenografia di sicurezza, che l’aria sarebbe stata irrespirabile. Polizia in tenuta antisommossa, carabinieri schierati ai varchi e persino un elicottero a sorvegliare il perimetro dell’Arsenale hanno accolto l’ambasciatore Jonathan Paled e l’artista Belu-Simion Fainaru. Eppure, paradossalmente, la miccia non è stata accesa da un lancio di oggetti o da un assalto frontale – anche se un uomo ha scagliato tre pomodori contro lo spazio espositivo gridando “Palestina libera” nel corso della mattinata -1 – quanto piuttosto dal silenzio assordante delle porte chiuse. Una ventina di padiglioni nazionali, infatti, ha aderito a una mobilitazione definita “senza precedenti”, sollevando la saracinesca in segno di protesta. Tra questi, seguendo l’onda d’urto promossa dal collettivo ANGA (Art Not Genocide Alliance) e dal portale Global Project, figurano Austria, Belgio, Spagna, Svizzera, Turchia, Olanda, Irlanda, Malta e Regno Unito. La loro chiusura, presentata dai manifestanti come uno “sciopero dei lavoratori della cultura contro il genocidio”, ha di fatto trasformato la kermesse veneziana in un palcoscenico di censura volontaria, dove il boicottaggio è diventato la forma d’arte più esplicita esposta in questa edizione.

Scontri in diretta: il corteo che voleva sfondare il cordone

Con il passare delle ore, la tensione silenziosa accumulata nei padiglioni è deflagrata nel pomeriggio lungo le fondamente dell’Arsenale. Circa duemila o tremila manifestanti (il numero varia a seconda che si conti la stima della Questura o quella degli organizzatori), sventolando bandiere palestinesi e kefiah, sono partiti da via Garibaldi con un unico, chiaro obiettivo: raggiungere l’ingresso del Padiglione israeliano per contestare quella che definiscono un’operazione di “artwashing”, un tentativo cioè di ripulire l’immagine di uno Stato accusato di crimini di guerra davanti alla Corte Penale Internazionale. Il a corpo è stato inevitabile: mentre alcuni attivisti, come Tommaso Cacciari, tentavano di avanzare a mani alzate in segno di “disarmo”, le forze dell’ordine hanno risposto con scudi e manganellate, respingendo l’onda d’urto e provocando alcuni feriti lievi tra i contestatori. “Picchiare i poliziotti per la causa palestinese alla Biennale di Venezia non porta a nulla”, ha commentato il vicepremier Matteo Salvini, unico rappresentante del governo presente ieri tra i padiglioni, il quale ha invece scelto di visitare lo spazio espositivo russo.

Le voci dal fronte: tra diplomazia e resistenza culturale

Mentre all’esterno la polvere degli scontri ancora non si era posata, all’interno dello spazio blindato di Israele si cercava di mandare un segnale opposto a quello della violenza. L’ambasciatore Peled, visibilmente provato, ha respinto al mittente le accuse di chi lo voleva fuori dalla kermesse: “Siamo qui per costruire ponti, non per fare discussioni o conflitti. Credo che Buttafuoco abbia lottato perché tutti i Paesi fossero qui, e lo ringrazio per questo”. Dall’altra parte, gli organizzatori della protesta hanno motivato la serrata generalizzata con motivazioni che vanno ben oltre il conflitto mediorientale, innestandosi nel solco delle rivendicazioni sindacali. Nei volantini distribuiti tra la folla, si legge che lo sciopero mira a denunciare come “i fondi pubblici vengano dirottati dal welfare e dalle arti per aumentare la spesa militare in Italia e in Europa”, un cortocircuito che unisce la lotta al precariato degli operatori culturali con la solidarietà internazionale verso Gaza. È una protesta, insomma, che mescola drammaticamente il dolore per il conflitto a Gaza con le fragilità strutturali del sistema dell’arte italiano, rendendo la Biennale del 2026 la più politicizzata – e la più divisiva – degli ultimi decenni.

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