Caos Biennale, scontri e venti padiglioni chiusi: la cultura diventa trincea

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Venezia, blindata come non si vedeva da tempo, ha aperto ieri le porte della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, ma l’atmosfera, qui, sa più di campo di battaglia che di celebrazione culturale. Non bastava la tormentata gestione del padiglione russo – che già da solo aveva acceso gli animi nei mesi precedenti – a trasformare l’evento in un campo minato di comunicati e contro-comunicati; ci ha pensato l’inaugurazione del padiglione israeliano, avvenuta nella giornata di ieri in un clima di guerra, con un servizio d’ordine affidato a poliziotti in tenuta antisommossa e carabinieri schierati agli ingressi. La tensione, covata per settimane, è esplosa nel pomeriggio quando circa tremila manifestanti (stando agli organizzatori, anche se la questura ne ha conteggiati la metà) hanno cercato di forzare il cordone delle forze dell’ordine per raggiungere l’Arsenale, dove è allestito lo spazio espositivo di Tel Aviv.

La protesta, se così vogliamo chiamarla, era in realtà già iniziata silenziosamente tra i padiglioni: ieri una ventina di nazioni, tra cui Olanda, Belgio, Francia e Austria, hanno abbassato le saracinesche in segno di solidarietà con la popolazione palestinese e contro quella che l’associazione Anga (Art Not Genocide Alliance) definisce "complicità culturale con un genocidio". Si tratta di un boicottaggio massiccio, che ha coinvolto anche diversi sindacati di base in sciopero, mentre all’esterno la carica dei manifestanti – tra i quali spiccavano attivisti storici del Morion e del movimento No Grandi Navi – veniva respinta con manganellate e spinte, provocando alcuni feriti lievi.

Scontri e parole: l’ombra della flotilla

La scintilla che ha incendiato la piazza, in realtà, non è nata solo dalle polemiche artistiche legate ai veti incrociati. A infiammare maggiormente gli animi, riaccendendo l’odio delle frange più radicali, è stato lo stop inflitto nelle scorse settimane dalla marina israeliana alla "Sumud Flotilla", un convoglio navale fermato in acque internazionali al largo della Grecia con a bordo attivisti e aiuti umanitari diretti a Gaza. Quel episodio – che ha visto il fermo di decine di persone, tra cui diversi italiani, e che ha scatenato reazioni contrastanti tra il governo e l’opposizione – ha gettato benzina sul fuoco di una mobilitazione che oggi, ai Giardini della Biennale, chiedeva l’esclusione totale dello Stato ebraico.

Tra i partecipanti al corteo, alcuni striscioni ricordavano i due attivisti (uno spagnolo-palestinese e un brasiliano) ancora trattenuti in Israele mentre le loro famiglie, e interi governi come quello brasiliano e spagnolo, ne chiedono invano la liberazione. L’eco delle loro grida – "Venezia sa da che parte stare" e "Palestina libera dal fiume al mare" – si riverberava tra i vicoli mentre la polizia, con scudi alzati, impediva loro di avvicinarsi ulteriormente all’installazione dell’artista Belu-Simion Fainaru, che dal canto suo ha ribadito con fierezza: "La Biennale non è lo spazio dello scontro, ma dell’umanità".

L’assenteismo politico e la difesa di Buttafuoco

Mentre la polizia fronteggiava l’assalto nei pressi dell’Arsenale, l’unico rappresentante del governo a farsi vedere in Laguna è stato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Arrivato a Venezia per un appuntamento elettorale, ha voluto fare una tappa alla Biennale, visitando – e questo è un dettaglio che non è passato inosservato – il padiglione russo e difendendo a spada tratta la linea del presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco. Le sue parole sono state un pugno duro contro il clima di boicottaggio generalizzato: "Non penso che gli artisti siano protagonisti o complici delle guerre", ha dichiarato ai cronisti, aggiungendo che "l’arte, come lo sport, non deve conoscere censure né bavagli".

Salvini, che ha attaccato frontalmente i manifestanti definendo inutili le manganellate per una causa che si combatte altrove, ha quindi spostato l’attenzione su un principio che, se applicato sistematicamente, rischierebbe di svuotare qualsiasi kermesse internazionale. Se il veto diventasse la regola, si chiede più di un osservatore, quante esposizioni d’arte sopravvivrebbero a questo gioco al massacro? L’impressione, guardando i padiglioni vuoti di ieri e le transenne antisommossa, è che il mondo non sia affatto un luogo pulito, e che la Biennale, come ormai accade da anni, si limiti a rifletterne spietatamente le lacerazioni.

Le tracce del passato: l’eco del caso Garlasco tra gli stand

Mentre la cronaca si concentrava sugli scontri di Venezia, un’altra vicenda giudiziaria, sebbene lontana chilometri e anni luce dalla contemporaneità dell’arte, ha continuato a tenere banco nei retroscena della cronaca nera. L’ombra dell’"impronta 33" aleggia ancora sulle indagini per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco ormai quasi due decenni fa. Quella traccia, una impronta papillare rilevata sul muro della tavernetta – che gli investigatori del Nucleo di Milano avevano già definito "logico-fattuale" appartenere all’assassino – è diventata il perno del nuovo filone d’inchiesta che vede coinvolto un indagato aggiuntivo.

Le analisi genetiche, i soliloqui dell’indiziato e quegli appunti "horror" di cui tanto si è parlato nei telegiornali rappresentano l’ossatura di un puzzle che la procura di Pavia sta cercando di ricomporre, anche se la verità processuale appare, al momento, ancora lontana. Mentre alcuni sostengono che il Ris avesse giudicato l’impronta "inutile" ai fini dell’identificazione in passato, oggi quella stessa prova è tornata alla ribalta, dimostrando quanto a volte le certezze investigative possano essere liquide e mutevoli. Dal caos di una Biennale assediata dalla politica al giallo di un omicidio che sembra non avere mai fine, il filo conduttore resta lo stesso: una verità che, schiacciata da interessi, ideologie o semplicemente dal trascorrere del tempo, continua ostinatamente a nascondersi.

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