Biennale di Venezia, corteo contro Israele: scontri con la polizia e padiglioni chiusi per protesta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il pomeriggio veneziano, che solitamente si colora di riflessi d’acqua e di un turismo pacifico, è stato invece attraversato da una scia di tensione. Circa tremila attivisti, riunitisi per un corteo che aveva come obiettivo dichiarato il padiglione israeliano alla Biennale, hanno cercato di forzare il cordone delle forze dell’ordine, incontrando però un muro di scudi e manganelli. Gli agenti della polizia, schierati fin dal mattino in tenuta antisommossa, hanno bloccato l’avanzata dei manifestanti proprio nei pressi dell’ingresso principale della manifestazione artistica, dove i tentativi di progressione della folla si sono trasformati in tafferugli. Le manganellate, va detto, sono state utilizzate – secondo quanto ricostruito – per respingere le cariche più insistenti di chi provava a superare le transenne, senza che si siano registrati, nelle prime ore, episodi di particolare violenza estrema.

Padiglioni chiusi e la protesta degli artisti: «No all’artwashing»

All’interno della Biennale, tuttavia, la contestazione ha assunto anche una forma diversa dalla piazza: quella simbolica della chiusura. Molti padiglioni hanno abbassato i loro ingressi, aderendo a una forma di protesta silenziosa che ha di fatto interrotto la normale fruizione dell’evento. Più di cento artisti hanno espresso il loro rifiuto nei confronti di quella che definiscono «l’artwashing israeliano», un termine che usano per denunciare la presunta strumentalizzazione culturale a fini propagandistici. Hanno ribattezzato il padiglione di Israele – in una delle affermazioni circolate nel pomeriggio – «il padiglione del genocidio», un’accusa pesante che nessun rappresentante ufficiale della Biennale ha però voluto commentare direttamente.

L’opera tra lacrime e simbologia, l’inaugurazione blindata

Dentro quello spazio conteso, i visitatori che comunque sono riusciti ad accedervi sono stati accolti da un personale gentilissimo, che distribuiva eleganti borse in tela insieme a depliant raffinati. L’installazione centrale, firmata da Belu-Simion Fainaru, si intitola «The Rose of Nothingness»: consiste in una grande vasca rettangolare foderata di nero, sulla quale cadono gocce d’acqua. Quelle gocce, ha spiegato l’artista in una nota, dovrebbero rappresentare le lacrime versate dagli ebrei durante l’Olocausto, lacrime che – nella visione sottesa all’opera – hanno poi fecondato la Terra Promessa. Proprio Fainaru era presente venerdì 8 maggio all’inaugurazione, insieme all’ambasciatore israeliano in Italia Jonathan Paled, in un’atmosfera blindatissima: decine di agenti in divisa antisommossa e carabinieri hanno presidiato l’area fin dal mattino, preparandosi alle annunciate proteste dei collettivi ProPal.

Il cordone di sicurezza e l’attesa di Salvini

Nel pomeriggio era atteso anche il vicepremier Matteo Salvini, in arrivo per visitare alcuni dei cento padiglioni allestiti per la rassegna. Non è chiaro se abbia poi incontrato le zone degli scontri, né se la sua visita abbia incrociato i momenti di maggiore tensione. Davanti al padiglione israeliano, nel frattempo, lo schieramento delle forze dell’ordine è rimasto compatto: agenti e militari hanno presidiato ogni accesso, mentre i manifestanti – respinti dalle transenne – hanno scandito slogan contro la presenza dello Stato ebraico alla Biennale. Alcuni dei presenti, va aggiunto, hanno denunciato quella che definiscono una «campagna di intimidazione inaccettabile», sostenendo che la chiusura di numerosi padiglioni in segno di protesta rischi di trasformare uno dei più importanti eventi artistici internazionali in uno spazio di censura e odio. La Biennale, nella sua forma più autentica, resta un atlante di convivenze culturali, ma oggi quell’atlante è parso a molti lacerato da fenditure che l’arte, da sola, non può ricucire.

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