Oro in bilico tra tregua fragile e attese Fed, il rimbalzo si ferma a 4.535 dollari
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Redazione Economia
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Il prezzo del metallo giallo ha aperto la settimana mostrando un moderato rialzo, una performance che tuttavia non cela le profonde contraddizioni di un mercato rimasto impigliato tra la fiammata delle tensioni in Medio Oriente e la morsa dei tassi americani. Se da un lato la ricerca di beni rifugio ha risospinto l’oro a quota 4.535 dollari l’oncia – segnando un incremento dell’1,12% nella seduta di martedì – dall’altro è proprio la natura di questa crescita a rivelare la sua fragilità strutturale.
L’impennata, va detto, trae linfa vitale dal caos diplomatico che avvolge i negoziati tra Stati Uniti e Iran, senza dimenticare il parallelo e pericoloso allargamento del conflitto israeliano in territorio libanese; scenari, questi, che riaccendono i timori per l’inflazione energetica e complicano qualsiasi tentativo di pianificazione finanziaria a breve termine.
Eppure, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe in un clima di guerra, il rimbalzo dell’oro mostra i muscoli ancora troppo contratti dalla forza del dollaro e dalle aspettative di una Federal Reserve che, di fronte al caro-petrolio, sembra orientata a mantenere una politica monetaria decisamente restrittiva.
Il paradosso dello shock petrolifero e la reazione delle banche centrali
A differenza delle crisi passate – si pensi alle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina – l’attuale conflitto in Medio Oriente ha innescato una dinamica perversa che gli analisti di Lombard Odier definiscono come un vero e proprio paradosso per il settore.
Il rapido incremento del prezzo del greggio, alimentato dai rischi di interruzione delle forniture via Stretto di Hormuz, non ha fatto altro che rivitalizzare le aspettative inflazionistiche; un contesto, questo, che ha costretto i mercati a rivedere al rialzo le stime sui tassi d’interesse, riducendo di conseguenza l’attrattiva dell’oro, che – è bene ricordarlo – non produce cedole né rendimenti periodici.
In sostanza, se lo shock energetico spinge i rendimenti reali dei bond verso l’alto, il costo opportunità di detenere il metallo giallo diviene proibitivo per molti fondi, scatenando quelle vendite massive che hanno portato il lingotto a toccare il minimo di 4.098 dollari nella scorsa primavera.
A controbilanciare, almeno parzialmente, questa tendenza ribassista ci pensa però la domanda strutturale delle banche centrali; un esercito silenzioso di compratori (Cina e India in testa) che, secondo i dati del World Gold Council, ha accumulato 244 tonnellate nette nel solo primo trimestre del 2026. Un flusso costante, quest’ultimo, che ha di fatto alzato il pavimento sottostante le quotazioni, impedendo un crollo ben più rovinoso.
La frenata dell’interesse speculativo secondo il report UBP
A gettare ulteriore luce su questa fase di transizione è l’analisi condotta da Peter Kinsella per conto di Union Bancaire Privée (UBP), il quale descrive un mercato dell’oro spaccato in due velocità opposte. Da un lato, Kinsella osserva un evidente rallentamento dell’interesse speculativo a breve termine – i flussi verso gli ETF fisicamente garantiti, veri termometri dell’entusiasmo retail, hanno subito una brusca battuta d’arresto a partire dallo scorso marzo – mentre dall’altro viene confermata una visione di lungo termine ancora decisamente costruttiva.
Il motivo di questo apparente contrasto risiede nella natura stessa della domanda attuale: se lo speculatore fugge di fronte all’incertezza sui tassi, l’investitore istituzionale e la banca centrale continuano a vedere nell’oro una copertura insostituibile contro i rischi di frammentazione geopolitica e di eccessivo indebitamento fiscale, specialmente negli Stati Uniti. Alla luce di queste considerazioni, la stessa UBP ha proceduto a un aggiornamento delle proprie stime: le previsioni a breve termine vengono riviste al ribasso attestandosi intorno ai 4.600 dollari, mentre il target a lungo termine resta immutato a quota 6.000 dollari, suggerendo come l’attuale debolezza vada interpretata come una pausa fisiologica più che come un’inversione di tendenza.
Il caso giudiziario che agita la Federal Reserve
Sullo sfondo dei movimenti di mercato, ma con un impatto tutt’altro che trascurabile sulla fiducia degli investitori, si staglia una vicenda giudiziaria destinata a fare epoca nella storia dell’istituto centrale americano. La conferma della rielezione di Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ha portato con sé un’escalation di pressioni senza precedenti sulla Federal Reserve, culminate recentemente nell’annuncio di un’indagine penale che coinvolge direttamente il presidente della banca centrale, Jerome Powell.
L’inchiesta, incentrata sulla ristrutturazione della sede di Washington e su presunte irregolarità nella gestione dei fondi, ha scatenato una replica durissima da parte del diretto interessato; Powell – come riportano i resoconti – ha definito l’accaduto come un attacco strumentale volto a condizionare le decisioni sui tassi d’interesse, inserendo l’accusa in un quadro più ampio di minacce provenienti dall’amministrazione esecutiva.
Per gli operatori dei mercati valutari e delle materie prime, la posta in gioco è altissima: qualsiasi tentativo di limitare l’indipendenza della Fed si tradurrebbe infatti in un rapido deprezzamento del biglietto verde, rimuovendo uno dei principali ostacoli – quel dollaro forte che tanto penalizza l’oro – e aprendo la strada a una nuova impennata del metallo prezioso verso i massimi storici.
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