Maldini rompe il silenzio: “Pirlo escluso per un pre
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Redazione Sport
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Era il progetto più ambizioso per il calcio italiano, quello che avrebbe dovuto rivoluzionare la Nazionale partendo dalle fondamenta. Eppure, si è infranto nel giro di pochi giorni, tra colpi di scena e veleni di spogliatoio che nulla hanno a che vedere con il campo. Paolo Maldini, bandiera del Milan e della Nazionale, ha deciso di raccontare la sua verità sull’addio lampo alla Federcalcio, un’esperienza durata appena diciassette giorni, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
E le sue parole, che disegnano il ritratto di una Federazione spaccata e di una promessa disattesa, rischiano di aprire un nuovo, doloroso capitolo nella storia azzurra.
L’accordo iniziale e il progetto per il futuro
Tutto nasce da una telefonata, quella che Giovanni Malagò fece a Maldini nel periodo di Pasqua per proporgli un ruolo di primo piano nel nuovo corso della Figc. L’ex capitano, che per tutta la vita aveva vestito l’azzurro e il rossonero, accettò con entusiasmo la sfida: l’obiettivo non era solo rilanciare la Nazionale maggiore, ma rifondare l’intero movimento italiano.
«Si parlava di dare una svolta epocale al calcio italiano», ha spiegato Maldini, «un progetto che richiedeva tempo e che coinvolgeva tutte le componenti federali, dalla Serie A ai dilettanti, passando per le associazioni di allenatori e arbitri». La sua nomina a direttore tecnico e presidente del Club Italia, insieme alla consulenza dell’ex dirigente Leonardo, doveva essere il primo tassello di una lunga transizione.
L’illusione Guardiola e il no di Ancelotti
Per guidare questa rivoluzione tecnica e tattica, la scelta del commissario tecnico era cruciale. Maldini e Leonardo sognavano in grande e si erano messi sulle tracce di Pep Guardiola, l’allenatore che più di ogni altro incarna il calcio offensivo e di possesso che volevano portare in Italia. Per convincerlo, fecero un viaggio a Barcellona e passarono un’intera giornata a parlare con lui. «Era molto tentato», ha raccontato Maldini, rivelando un retroscena inedito: «si era messo anche a scrivere le formazioni sui fogli. Sembrava davvero vicino ad accettare».
Alla fine, il tecnico spagnolo disse di no per motivi personali, spiegando di essere stanco dopo dieci anni massacranti in Premier League e di volersi riposare. Smentita anche la leggenda sulla richiesta di un ingaggio da capogiro: «I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci disse persino: “Datemi un euro in meno dell’ultimo ct e per me va bene”». Prima di Guardiola, i due dirigenti avevano sondato anche Carlo Ancelotti, che però preferì restare in Brasile. A quel punto, la scelta ricadde su Andrea Pirlo, l’uomo che avrebbe dovuto incarnare il progetto di rinnovamento.
Ma c’erano anche altri candidati, come Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Entrambi, però, sono stati scartati su indicazione dello stesso Malagò, il quale fece presente che un accordo con i club di Serie A impediva di toccare gli allenatori delle squadre del massimo campionato per non creare tensioni.
La polveriera Pirlo e il cambio di regole
La candidatura di Pirlo era ormai data per fatta, ma in pochi giorni è stata travolta da una bufera mediatica legata al suo ruolo di ambasciatore per la società di scommesse russa Fonbet. Per Maldini, quella polemica è stata solo un pretesto. «Non c’era nulla sul piano giuridico che potesse impedirgli di fare l’allenatore della Nazionale», ha affermato l’ex calciatore, sottolineando che Pirlo era disposto a chiudere i rapporti con la società di scommesse.
Secondo Maldini, dietro al veto di Malagò c’era una precisa volontà politica, legata al clima di tensione internazionale e alla pressione dell’opinione pubblica. Ma il punto che ha fatto davvero scattare la miccia è stato un altro, ben più grave ai suoi occhi. «Malagò ci ha chiamati per dirci che da quel momento in poi le regole cambiavano: lui avrebbe deciso il ct e noi avremmo dovuto solo avallare la sua scelta», ha raccontato Maldini. «L’accordo iniziale, però, prevedeva che fossimo noi a scegliere l’allenatore e lui ad avallarlo. I patti erano stati rivisti».
Una volta venuta meno la fiducia e l’autonomia decisionale che gli erano state promesse, per Maldini e Leonardo non c’era altra strada che rassegnare le dimissioni, rinunciando a firmare un contratto quadriennale che sarebbe dovuto partire il primo agosto.
Le conseguenze di una rottura
Le dimissioni di Maldini e Leonardo hanno lasciato la Figc di nuovo al punto di partenza, costringendo Malagò a trovare in fretta una soluzione per la panchina azzurra. La scelta, alla fine, è ricaduta su Roberto Mancini, mentre l’incarico di direttore tecnico è stato affidato a Claudio Ranieri. La ricostruzione di Maldini, però, getta un’ombra lunga sul modus operandi del presidente federale e fa emergere un dualismo irrisolto tra l’esigenza di autonomia tecnica e la centralizzazione del potere.
«Non si trattava di attaccamento alla poltrona», ha concluso Maldini, «ma di poter esercitare le responsabilità che mi erano state affidate. Mi dispiace che sia stato tutto ridotto a una questione di intransigenza. Il mio cruccio è che si darà troppa importanza al nome del ct e poca al progetto di rifondazione del calcio italiano, un vero peccato per le prossime generazioni».
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